Il doppio che ci somiglia: doppelgänger e tulpa in Twin Peaks

Il doppio che ci somiglia: doppelgänger e tulpa in Twin Peaks

ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER, IN PARTICOLARE SU TWIN PEAKS 3 – THE RETURN

Nell’articolo precedente, che potete leggere qui, abbiamo seguito il “doppio” lungo la sua storia letteraria: dal sosia di Dostoevskij a Poe, da Stevenson a Wilde, fino alla straordinaria trasformazione del tema operata da David Lynch in Twin Peaks.

Ma in Twin Peaks il concetto di doppio si dilata ancora e nella terza stagione, The Return, Lynch e Mark Frost lo portano su territori ancora più perturbanti, con l’introduzione del tulpa.

Se il doppelgänger è una versione altra di noi stessi, il tulpa si presenta come una possibilità ancora più weird: che una forma possa essere generata dal pensiero fino ad arrivare a possedere una propria consistenza e, soprattutto, una propria autonomia.

Il tulpa – che entra nella mitologia di Twin Peaks nella terza stagione – non è un’invenzione di Lynch e Frost. Il termine deriva da una storia complessa di traduzioni e reinterpretazioni di concetti tibetani legati alla manifestazione o emanazione; nel Novecento, soprattutto attraverso autori occidentali come Alexandra David-Néel e la scuola teosofica, si è diffusa l’idea della possibilità di una forma generata attraverso la concentrazione mentale, la cosiddetta thought-form. In questo modo ciò che chiamiamo tulpa è frutto di una stratificazione di tradizioni, che non coincide con la visione buddhista tibetana, ma è la risultanza di un incontro, e anche di una trasformazione, fra immaginario orientale e interpretazioni occidentali.

È questa versione che Twin Peaks trasforma in materia narrativa, e lo fa in modo perfettamente coerente con la propria poetica: un pensiero può diventare materia; una materia può assumere una forma; una forma può diventare qualcuno.

Il caso più eclatante è naturalmente rappresentato da Dougie Jones. (Nota dell’autrice: come non amarlo follemente? E quanto più amiamo oggi Dale Cooper proprio grazie a ciò che ci ha fatto scoprire di lui il personaggio di Dougie Jones?)

All’inizio di The Return, Dale Cooper è ancora nella Loggia Nera mentre, nel mondo reale esiste il suo doppelgänger: Mr. C, anche chiamato Bad Cooper o Evil Cooper dal fandom. Nella Loggia è stato detto chiaramente a Cooper che il suo doppelgänger deve tornare prima che lui possa uscire: He must come back in before you can go out.”

Mr. C conosce questa regola e non intende rispettarla. Gli indizi disseminati nella serie suggeriscono che abbia creato Dougie Jones come una sorta di sostituto: una copia destinata a essere presa dalla Loggia al posto suo. Dougie diventa così una controfigura metafisica: non per sostituire Cooper, ma per sostituire Mr. C nel momento dello scambio. Quando arriva il momento, infatti, Dougie viene trascinato nella Waiting Room mentre Mr. C rimane nel mondo reale. Il suo piano, almeno in questo, sembra riuscire.

Il risultato, però, è tutt’altro che quello previsto. Quando Cooper riesce finalmente a lasciare la Loggia, non torna alla vita che aveva abbandonato: emerge nel mondo reale attraverso il luogo occupato da Dougie e viene scambiato per lui. Cooper torna, ma torna nel posto sbagliato. Una beffa profondamente lynchiana: il tentativo di impedire il ritorno di Cooper produce comunque il ritorno di Cooper, ma attraverso una deviazione che Mr. C non sembrava avere previsto.

C’è però un altro elemento che rende Dougie molto più interessante di un semplice artificio narrativo.

Dougie ha una vita. Ha una moglie, un figlio, una casa, un lavoro, delle abitudini. Ha costruito relazioni e accumulato esperienze. È stato creato da qualcun altro, ma non è semplicemente un involucro vuoto in attesa di essere eliminato. Cooper entra nella sua vita e, per qualche tempo, sembra quasi abitarne la parte esteriore: ne eredita la casa, la famiglia, i legami, mentre la sua presenza trasforma completamente quella vita.

Il tulpa diventa così qualcosa di più di una copia dell’originale. Diventa una vita autonoma generata a partire da un’altra vita.

La stessa cosa accade con Diane. La Diane che incontriamo è una copia di Diane, un tulpa creato dal doppelgänger di Cooper. Quando comprende finalmente ciò che le è accaduto, pronuncia una frase che contiene tutto il dramma dell’esistenza del tulpa: “I’m not me.” Non sono me stessa.

Ma cosa significa essere se stessi quando qualcuno può fabbricare una copia di noi? E soprattutto: dove finisce l’originale e dove comincia la copia?

La risposta di Twin Peaks è, come sempre, tutt’altro che rassicurante. Perché la copia non è necessariamente falsa nel senso più semplice del termine. Può essere artificiale e contemporaneamente reale. Può essere nata da qualcun altro e tuttavia sviluppare una propria esperienza. Può possedere ricordi che non le appartengono, desideri che non sono stati programmati e perfino la capacità di riconoscere la propria estraneità.

Il tulpa è quindi il doppio portato a una conseguenza estrema: non è soltanto qualcuno che ci somiglia. È qualcuno che ci somiglia perché è stato costruito a partire da noi. E qui il concetto acquista una profondità filosofica. Se il doppelgänger rappresenta l’ombra, il tulpa rappresenta la possibilità della duplicazione. Il primo mette in crisi l’identità perché ci mostra che potremmo essere anche altro; il secondo la mette in crisi perché dimostra che potremmo essere replicati.

Ma una replica perfetta sarebbe davvero una replica? Forse no. Perché nel momento stesso in cui una copia diventa autonoma smette, in qualche modo, di essere soltanto una copia. È qualcosa di nuovo. E questo porta il concetto di tulpa molto vicino a una delle grandi ossessioni del weird: il momento in cui ciò che dovrebbe essere conosciuto e controllabile diventa improvvisamente altro.

Proprio in questo senso Twin Peaks porta il tema del doppio in una zona ancora più perturbante. Non mette più soltanto in discussione il confine fra bene e male, fra coscienza e inconscio, fra sogno e realtà. Mette in discussione il confine fra creatore e creatura, originale e copia, pensiero e materia. E non è un caso che tutto questo accada in un universo in cui le idee sembrano continuamente cercare una forma fisica. Una pallina dorata può contenere qualcosa di immateriale. Un seme può diventare una persona. Un’immagine può assumere consistenza. Un pensiero può lasciare il territorio della mente e attraversare il confine che credevamo separasse ciò che immaginiamo da ciò che esiste.

È una delle intuizioni più radicali del weird: la materia non è necessariamente il punto di partenza della realtà. Potrebbe addirittura esserne il risultato.

E se possiamo creare qualcuno attraverso una forma di manipolazione spirituale della materia, la domanda non è più chi è il mio doppio? La domanda è: chi ha creato chi?

Come ovvio, Twin Peaks ci lascia volutamente senza risposta. E questo è il punto. In Twin Peaks, ma più in generale nell’universo lynchiano — pensate, è diventato un aggettivo: forse dovrò scriverci un prossimo articolo — come nella grande tradizione del weird, arrivare a una spiegazione definitiva significherebbe spesso richiudere quella crepa attraverso cui abbiamo intravisto qualcosa.

Ma quella crepa, invece, deve rimanere aperta.

(E per scoprire un po’ di storia della Letteratura WEIRD:
https://www.graphe.it/scheda-libro/eleonora-carta/breve-storia-della-letteratura-weird-9788893722780-619524.html)

Copertina della Letteratura Weird