Alla fine della Seconda guerra mondiale, gli Alleati si trovarono davanti a una domanda che aveva poco a che fare con il passato e moltissimo con il futuro: che cosa fare delle conoscenze scientifiche e tecnologiche della Germania nazista?
La Germania aveva sviluppato alcune delle tecnologie militari più avanzate dell’epoca: razzi, missili, sistemi di guida, aeronautica, armamenti e ricerche che potevano avere applicazioni decisive nel conflitto che si stava già delineando tra le potenze vincitrici.
La guerra non era ancora completamente finita quando gli Stati Uniti cominciarono a cercare tecnici, scienziati e documenti. Il loro interesse riguardava i progressi della tecnologia bellica, e soprattutto le persone che erano stati in grado di raggiungerli.
Nel luglio 1945 i Joint Chiefs of Staff autorizzarono un programma inizialmente denominato Overcast, destinato a portare negli Stati Uniti specialisti tedeschi nel campo scientifico e tecnico. Il programma sarebbe poi diventato noto come Project Paperclip.
Il nome (graffetta in italiano) è curioso, e contiene in sé una parte della storia. I fascicoli degli specialisti ritenuti particolarmente interessanti venivano contrassegnati con una graffetta, una paperclip, per indicare che dovevano essere sottoposti a ulteriori interrogatori e valutazioni. Da quel piccolo segno grafico sarebbe nato il nome di uno dei programmi più controversi dell’inizio della Guerra fredda.
La scienza come bottino strategico

Fra le tecnologie più importanti c’era quella dei razzi. A Peenemünde, sulla costa baltica, gli ingegneri tedeschi avevano sviluppato il V-2, il primo missile balistico a lungo raggio operativo della storia. Il V-2 era stato utilizzato dalla Germania nazista contro obiettivi alleati, provocando migliaia di vittime. Ma dietro quell’arma c’era anche una tecnologia che avrebbe avuto un futuro molto diverso da quello immaginato dai suoi progettisti durante la guerra. Il protagonista di quel programma era Wernher von Braun.
Von Braun era un brillante ingegnere missilistico. Era anche stato membro del Partito nazista e ufficiale delle SS. La documentazione degli archivi americani mostra chiaramente che il suo passato era noto alle autorità che ne valutarono il trasferimento negli Stati Uniti. Ed è proprio qui che Paperclip smette di essere una storia semplicemente tecnologica.
Perché la questione non era soltanto: quanto è bravo questo scienziato? La domanda era: quanto siamo disposti a dimenticare per poter utilizzare ciò che sa?
Nella foto: Hermann Oberth (in primo piano), Wernher von Braun (seduto a destra), Robert Lusser (in piedi a destra)
Il problema dei precedenti
Il governo americano non ignorava il problema etico. Nel 1946 il Pentagono cercò di ampliare il programma fino a circa mille scienziati e tecnici tedeschi e austriaci. Il presidente Harry Truman aveva autorizzato il progetto nel settembre di quell’anno, stabilendo formalmente che non dovessero essere ammessi sostenitori attivi del nazismo. I candidati dovevano essere sottoposti a rigide verifiche sulla loro storia politica e personale. Ma la pratica si rivelò molto più complicata delle regole.
Gli investigatori avevano prodotto dossier accurati e alcuni candidati furono inizialmente respinti a causa del loro passato. In altri casi, però, le valutazioni di sicurezza furono modificate o “ammorbidite” per consentire l’ingresso negli Stati Uniti di specialisti considerati troppo importanti per essere lasciati agli avversari. Il rapporto finale dell’Interagency Working Group, istituito per esaminare i documenti sui crimini di guerra nazisti, descrive esplicitamente questo processo di manipolazione dei dossier. È una delle contraddizioni fondamentali di Paperclip: la selezione non significava che il passato venisse ignorato, ma che il valore strategico del presente finiva per prevalere su di esso.
Da Peenemünde alla Luna: quanti furono?
Poi arrivò la corsa allo spazio. Von Braun e molti degli scienziati e degli ingegneri che avevano lavorato con lui divennero figure centrali nel programma spaziale americano. Il loro lavoro contribuì direttamente allo sviluppo del Saturn V, il gigantesco vettore che nel 1969 avrebbe portato gli astronauti americani sulla Luna. Anche la CIA, nelle proprie ricostruzioni storiche, sottolinea il contributo dei tecnici tedeschi reclutati attraverso Paperclip alla riuscita della missione Apollo 11. La stessa conoscenza tecnica poteva quindi cambiare significato nel giro di pochi anni: arma di una dittatura, strumento della Guerra fredda, tecnologia spaziale per l’umanità. Ma il passato degli uomini che la possedevano non cambiava altrettanto velocemente.
Qui bisogna fare attenzione ai numeri, perché Paperclip non fu un programma perfettamente delimitato. Il rapporto dei National Archives parla di 765 scienziati, ingegneri e tecnici trasferiti negli Stati Uniti tra il 1945 e il 1955 attraverso Overcast, Paperclip e programmi analoghi. Altri documenti indicano che il reclutamento continuò, in forme diverse, fino alla fine degli anni Cinquanta.
Essere stato membro del Partito nazista non significava automaticamente essere un criminale di guerra, e questa distinzione è significativa. Alcuni specialisti avevano avuto un coinvolgimento politico limitato o opportunistico. Altri, invece, avevano responsabilità molto più gravi. Gli archivi americani documentano anche casi estremi: persone coinvolte in attività legate ai campi di concentramento o allo sfruttamento dei prigionieri (come i lavoratori schiavi della fabbrica sotterranea di Mittelbau-Dora) furono comunque ammesse negli Stati Uniti, e le loro reali responsabilità emersero soltanto molti anni dopo.
Paperclip, quindi, non si può riassumere facilmente nella formula geopolitica “gli americani portarono in America i nazisti”. È una storia più scomoda. Comprende scienziati profondamente compromessi e scienziati che non lo erano; funzionari che cercarono di applicare criteri di esclusione e funzionari che li aggirarono. Il tutto guidato da una macchina strategica che aveva una priorità assoluta: non permettere che quelle conoscenze finissero nelle mani dell’Unione Sovietica.

La nuova guerra e il prezzo della conoscenza
La Seconda guerra mondiale era terminata, ma dal punto di vista dell’intelligence non c’era tempo per una vera pausa. Gli Stati Uniti stavano già costruendo il dispositivo politico, militare e tecnologico della Guerra fredda. Nel frattempo l’Unione Sovietica faceva esattamente ciò che ci si poteva aspettare: cercava a sua volta di acquisire la tecnologia tedesca tramite operazioni speculari. Era necessario impedire che il prossimo nemico diventasse più forte.
In questo senso, Paperclip è un’operazione di pura acquisizione di conoscenza; quasi la prosecuzione della guerra con strumenti diversi. La guerra aveva lasciato un patrimonio tecnologico disseminato nella Germania occupata e gli apparati di intelligence dovevano trovarlo prima degli altri.
C’è una domanda che attraversa tutta questa storia e che probabilmente non ha una risposta definitiva: è possibile utilizzare una tecnologia senza assumersi, almeno in parte, il peso della storia che l’ha prodotta? Gli Stati Uniti risposero in modo pragmatico. Scersero di acquisire quella conoscenza, raggiungendo la supremazia tecnologica nella Guerra fredda e la conquista dello spazio, ma accettarono una contraddizione difficile da cancellare: alcuni uomini che avevano lavorato per il regime nazista poterono continuare le loro carriere in una democrazia che aveva appena combattuto quel regime. Per vincere la guerra futura, bisognava decidere quanto del passato si poteva portare con sé.
E poi arrivò X-Files
Nel 1995 Chris Carter prese proprio questo paradosso e lo trasformò in una delle grandi mitologie della televisione con The X-Files.
L’episodio si intitola semplicemente “Paper Clip” (il secondo della terza stagione). Nella finzione scenica, Mulder e Scully scoprono l’esistenza di un progetto segreto del dopoguerra collegato al trasferimento di scienziati tedeschi e al coinvolgimento del padre di Mulder. Nella serie, la storia reale diventa il punto di partenza per una cospirazione molto più vasta, in cui entrano esperimenti genetici, DNA alieno e segreti governativi.
È significativo che Chris Carter abbia scelto proprio quel nome. La realtà aveva già fornito la cosa più importante di cui ha bisogno una grande storia di fantascienza: un’operazione segreta realmente esistita, documentata negli archivi, nata dalla convinzione che alcune conoscenze fossero troppo preziose per essere lasciate al nemico.
Il resto lo ha fatto la fantasia.
Ma la graffetta era vera.

