Lynchiano.
È una parola entrata nell’uso comune. Ci capita di pronunciarla davanti a un’immagine, a una scena, a una situazione che ci sembra insieme familiare e straniante. Potremmo anche dire a una situazione “weird”. Basta dire “è molto lynchiano” e (quasi) tutti capiscono.
Dal punto di vista grammaticale, il processo si chiama derivazione aggettivale perché da un nome, in questo caso un nome proprio, si forma un’altra parola, l’aggettivo. Il procedimento avviene attraverso un suffisso derivativo, in questo caso -iano.
Questo è il meccanismo linguistico; in questa sede però siamo più interessati al passaggio culturale, ovvero il momento in cui “lynchiano” non significa più semplicemente “relativo a Lynch”, ma diventa una parola con un significato autonomo, capace di indicare un’atmosfera, una poetica, un certo rapporto fra realtà e perturbante.
Tecnicamente possiamo parlare di lessicalizzazione e, più precisamente, di eponimia: un nome proprio diventa la base di un termine usato per indicare una categoria o una qualità, e David Lynch non è certo il solo autore a cui sia capitato. Muovendoci all’interno del nostro campo d’esplorazione – quello della Loggia Bianca – abbiamo per esempio Kafka, Lovecraft e Borges, ma anche Orwell e King (ormai). Ovvero… in un punto imprecisato della storia della lingua, questi nomi hanno smesso di indicare soltanto i loro proprietari e hanno cominciato a contenere un immaginario.
Quando diciamo “kafkiano” non stiamo semplicemente dicendo che qualcosa ci ricorda Kafka. L’aggettivo ha assunto un significato proprio: indica una situazione assurda, opprimente, spesso governata da una logica incomprensibile e da meccanismi burocratici nei quali l’individuo si trova intrappolato.
“Borgesiano” richiama i labirinti, gli specchi, i giochi tra identità, realtà, tempo e infinito.
“Lovecraftiano” porta con sé l’orrore cosmico, l’insignificanza dell’essere umano, l’idea di una realtà immensamente più vasta e indifferente di quanto la nostra mente sia in grado di comprendere.
In tutti questi casi l’aggettivo non indica più soltanto chi ha prodotto un’opera, ma una forma dell’immaginario, persino una particolare maniera di percepire la realtà.
Ed è qui che arriviamo a Lynch.
“Lynchiano” è un aggettivo relativamente recente: l’Oxford English Dictionary ne registra un uso già nel 1984. La definizione generale rimanda a ciò che è caratteristico, reminiscente o imitativo dell’opera di David Lynch. Ma una definizione del genere, per quanto corretta, lascia aperta la questione più interessante: quali sono, precisamente, le caratteristiche che rendono qualcosa lynchiano?
La risposta più immediata sarebbe: i sogni, le immagini enigmatiche, le deformazioni del quotidiano, i personaggi eccentrici, il doppio, il suono inquietante. Tutto vero, ma troppo poco.
Se “lynchiano” significasse semplicemente “strano”, allora potremmo sostituirlo con decine di altri aggettivi. E se significasse semplicemente “onirico”, perderemmo una parte essenziale del suo significato.
Il lynchiano nasce spesso dalla collisione fra due realtà che dovrebbero essere incompatibili e che invece convivono nello stesso spazio. Una strada, una casa, una cittadina apparentemente comuni. Una donna che attraversa una stanza, un uomo che ascolta una conversazione, una canzone trasmessa alla radio. E poi, quasi impercettibilmente, qualcosa si incrina.
E attenzione: non è necessario che accada qualcosa di terrificante. Basta che qualcosa non torni. Un gesto fuori posto, una frase dal significato oscuro, un volto familiare che rivela improvvisamente un’espressione che non gli appartiene. È lì che cambia tutto.
Ed è per questo che il lynchiano è così vicino al weird. Non perché Lynch sia semplicemente un autore “weird”, ma perché in molte delle sue opere il perturbante nasce proprio dal momento in cui il quotidiano smette di essere affidabile.
In Blue Velvet, il mondo ordinato e luminoso della provincia americana convive con qualcosa di oscuro che non dovrebbe appartenergli. In Twin Peaks, la normalità della piccola città e ciò che si nasconde al suo interno non sono due mondi separati: sono lo stesso mondo. In Mulholland Drive, persino l’identità e la realtà sembrano poter cambiare consistenza senza che venga mai tracciato un confine definitivo tra sogno e veglia.
E forse è proprio questa la parola che manca quando proviamo a definire il lynchiano: il sospetto.
Il sospetto che la realtà visibile non sia tutta la realtà. Che dietro una porta ci sia qualcosa. Che un luogo possa contenere una seconda versione di sé. Che il sogno non sia necessariamente l’opposto della realtà, ma una chiave per decodificarla. E infine… che il mistero non debba per forza essere risolto.
A questo David Lynch teneva in modo particolare. Non tutti gli enigmi sono fatti per essere sciolti e non tutte le cose inspiegabili devono trovare una spiegazione. Allo spettatore viene mostrata una versione della realtà, e poi da lì, tutto è in mano a lui. Non come un atto di abbandono, ma al contrario, per un invito al confronto con la propria complessità interiore. La ragione cercherà una spiegazione; l’opera dell’artista invece, offrirà alla sensibilità qualcosa di cui nutrirsi.
È una delle ragioni per cui Lynch mi sembra così vicino alla natura più profonda del weird: non la semplice presenza dell’inspiegabile, ma la possibilità che l’inspiegabile faccia parte della realtà.
E allora “lynchiano” non significa semplicemente “come in un film di David Lynch”. È un modo per dire che la realtà non è mai esattamente quella che sembra.
E se volete approfondire il concetto di Weird attraverso la storia…

Breve storia della Letteratura Weird
Graphe.it edizioni