Il Paradosso Navajo

Il Paradosso Navajo

Come si evince dalla lettura de “I giorni del Corvo”, nelle operazioni di intelligence – tanto più in guerra – una comunicazione ha valore solo se arriva a destinazione senza essere compresa da chi la intercetta. Per questo, durante la Seconda guerra mondiale, i Marines americani trovarono una soluzione semplice e impenetrabile: smettere di usare algoritmi matematici e iniziare a parlare una lingua che il nemico non aveva mai sentito. Il Diné, l’idioma dei nativi Navajo.

Nel 1942, l’idea venne sottoposta al Corpo dei Marines da Philip Johnston, un veterano della Prima guerra mondiale cresciuto in una riserva Navajo e profondamente familiare con la lingua Diné. Il progetto incontrò inizialmente alcune perplessità, ma il 5 maggio 1942 i primi 29 Navajo arrivarono a San Diego per l’addestramento. Dopo il corso militare furono trasferiti a Camp Elliott, dove, insieme al personale delle comunicazioni, contribuirono a costruire il primo codice basato sulla lingua Navajo. Era composto inizialmente da 211 termini: parole comuni della lingua venivano associate a significati militari specifici e un sistema alfabetico permetteva di trasmettere nomi e termini per i quali non esisteva una corrispondenza prestabilita.

Il principio era semplice, ma l’applicazione estremamente efficace. Il messaggio veniva pronunciato in Navajo, trasmesso via radio o telefono e interpretato dall’altro Code Talker. Non si trattava quindi semplicemente di utilizzare una lingua straniera: il sistema prevedeva un vocabolario militare costruito appositamente e doveva essere memorizzato. Il codice rimase sostanzialmente orale. Nel corso della guerra il numero dei termini aumentò fino a oltre 600 e i Navajo impiegati come Code Talkers furono diverse centinaia.

Il codice ideato dai 29 reclutatori originali nel 1942 è un capolavoro di linguistica applicata e associazione visiva. Poiché la lingua Navajo non possedeva vocaboli per la tecnologia militare moderna, i soldati dovettero creare un intero dizionario da zero. Il sistema si basava su due binari principali: le parole in codice per i mezzi bellici e l’alfabeto fonetico per lo spelling dei nomi geografici o dei cognomi.

I Mezzi Bellici (Il mondo naturale prestato alla guerra)

Invece di inventare termini astratti, i Navajo scelsero di descrivere i mezzi militari in base alla loro forma, al loro comportamento o al materiale di cui erano fatti. L’addestramento consisteva nel memorizzare queste associazioni in modo che la traduzione fosse istantanea:

  • Aerei come volatili: Ogni velivolo venne associato a un uccello specifico.
    • Il Caccia divenne Da-he-tih-hi (Colibrì/Hummingbird), per via della sua velocità e capacità di cambiare direzione bruscamente.
    • Il Bombardiere divenne Jay-sho (Avvoltoio/Buzzard).
    • Il Bombardiere in picchiata fu associato a Gini (Falco d’America/Chicken Hawk).
  • Mezzi marini come creature acquatiche:
    • La Corazzata (Battleship) era la nave più grande: divenne Lo-tso (Balena/Whale).
    • Il Cacciatorpediniere (Destroyer) divenne Ca-lo (Squalo/Shark).
    • Il Sottomarino venne battezzato Besh-lo (Pesce di ferro/Iron fish).
  • Armi e concetti culturali:
    • La Granata divenne Nimasi (Patata/Potato), per via della forma.
    • Il Carro armato divenne Chay-da-gahi (Tartaruga/Tortoise).
    • Gli Stati Uniti vennero tradotti con l’espressione Ne-he-mah (Nostra madre/Our mother).

L’Alfabeto Fonetico (Un triplo livello di protezione)

Per trasmettere termini privi di codice predefinito (come i nomi delle isole del Pacifico, es. Guadalcanal o Iwo Jima), i Code Talkers inventarono un alfabeto fonetico basato sul seguente meccanismo: [1]

  1. Prendevano la lettera inglese (es. A).
  2. Sceglievano una parola inglese che iniziasse con quella lettera (es. Ant, formica).
  3. La traducevano e la pronunciavano in Navajo (Wol-la-chee).

I crittografi giapponesi che intercettavano la radio sentivano la parola Navajo per “formica”, dovevano tradurla mentalmente in inglese (Ant) e isolare la prima lettera per ottenere la A. Per rendere il codice ancora più indecifrabile, i Navajo assegnarono fino a tre parole diverse per le lettere più comuni. Ad esempio, per la lettera A potevano alternare:

  • Wol-la-chee (Ant / Formica)
  • Be-la-sana (Apple / Mela)
  • Tse-nill (Axe / Ascia)

Per la lettera B:

  • Shush (Bear / Orso)
  • Na-hash-chid (Badger / Tasso)
  • Toish-jeh (Barrel / Barile)

e così via.

I sistemi di crittografia meccanica dell’epoca richiedevano circa 30 minuti per cifrare e decifrare un messaggio di tre righe. I Code Talkers facevano tutto a mente: riuscivano a trasmettere lo stesso messaggio in soli 20 secondi. I giapponesi, pur avendo studiato nelle università americane e parlando un ottimo inglese, si trovarono davanti a una lingua tonale, priva di forma scritta, con una sintassi complessa e, per di più, camuffata dietro metafore naturalistiche. Non riuscirono mai a decifrarne nemmeno una parola.

A Iwo Jima e nelle altre campagne del Pacifico svolsero un lavoro che apparteneva a pieno titolo alla guerra delle informazioni: permettere ai comandanti di comunicare attraverso canali che il nemico poteva intercettare, ma non comprendere. Il programma rimase classificato anche dopo la fine della guerra. I Marines Navajo tornarono a casa senza poter raccontare ciò che avevano fatto e il segreto rimase tale fino al 1968. Solo molti anni dopo arrivò il riconoscimento ufficiale: nel 2001 i 29 membri del primo gruppo ricevettero la Congressional Gold Medal.

Ma questa storia ha un’altra faccia. La stessa società americana che durante la guerra aveva scoperto il valore strategico della lingua Navajo aveva una lunga storia di politiche di assimilazione e marginalizzazione nei confronti delle popolazioni native. E mentre i Code Talkers combattevano nel Pacifico, un’altra risorsa presente nelle terre Navajo stava acquistando un valore strategico senza precedenti: l’uranio.

Nel 1943 il Manhattan Engineer District, il programma segreto che avrebbe portato alla costruzione della bomba atomica, organizzò un programma di approvvigionamento dell’uranio sul territorio americano. Il Dipartimento dell’Energia documenta l’invio, sotto ordini segreti, del tenente Philip Leahy in Colorado per procurare quanto più uranio possibile dal Colorado Plateau. Il materiale estratto in quella regione sarebbe confluito nella gigantesca macchina industriale del Manhattan Project.

Da quel momento, e per i successivi quarant’anni, dalle viscere di quelle terre vennero estratte quasi 30 milioni di tonnellate di minerale radioattivo. Servirono prima a stroncare il Giappone e poi ad alimentare l’arsenale nucleare della Guerra Fredda. Migliaia di Navajo vennero impiegati come minatori. Lavorarono senza protezioni, respirando polvere radioattiva, mentre le loro famiglie costruivano case con gli scarti delle miniere e bevevano da falde acquifere contaminate da radionuclidi. Il governo sapeva, ma scelse di non informare le comunità per non rallentare la produzione strategica.

Qui si compie il paradosso supremo e asimmetrico del potere. Lo stesso governo che per decenni aveva tentato di cancellare la cultura dei nativi attraverso politiche di assimilazione forzata, vietando ai bambini persino di parlare la propria lingua nelle scuole, si aggrappò a quella stessa lingua per vincere la guerra. I Marines Navajo tornarono a casa senza poter raccontare ciò che avevano fatto e il segreto rimase tale fino al 1968. Sotto di loro, intanto, la terra continuava a custodire ciò che la guerra aveva reso necessario e che nessuno aveva avuto fretta di raccontare.

Nel 2001 i 29 membri del primo gruppo ricevettero la Congressional Gold Medal, Ma siamo certi che una medaglia possa compensare quasi sessant’anni di silenzio, e ciò che quel silenzio aveva lasciato sotto la loro terra?