Ci rivedremo tra 25 anni

Ogni volta che riguardo le prime stagioni di Twin Peaks mi torna in mente la stessa immagine: sono seduta al tavolo da pranzo di casa. Davanti a me c’è un puzzle da tremila pezzi che raffigura un castello. In televisione va in onda Twin Peaks. Io cerco di capire chi abbia ucciso Laura Palmer e contemporaneamente provo a trovare il posto giusto per una torre, una finestra, un frammento di cielo. Sono in IV liceo scientifico con un futuro ancora tutto da immaginare, strade infinite che si aprono davanti a me e la sensazione meravigliosa che potrò fare tutto quello che desidero.

Non ricordo quasi nulla di cosa mi succedeva in quei giorni ma ricordo perfettamente quelle sensazioni, e tornano sempre, solide, consistenti, mentre io torno al Double R a bere caffè e mangiare una fetta di Cherry Pie con Dale, o sono seduta sul divano dell’Anticamera della Loggia Nera, e ripeto le parole dell’Uomo da un Altro Posto prima che lui le pronunci.

A Twin Peaks continua a vivere una parte della mia gioventù.

Quando nel 2017 è arrivata la terza stagione, però, non mi sono precipitata a guardarla.

Anzi. Ho aspettato molto, forse troppo. La verità è che odio i finali quando so per certo che saranno tali (esempio: non ho mai visto l’ultima stagione di X-Files, perché finché non la guardo non sarà mai finita).  Così Twin Peaks: The Return è rimasta lì per anni, credo ad aspettarmi.

Poi è arrivato il momento in cui era doveroso farlo, alla morte di David Lynch, che mi ha spiazzata e addolorata. Non potevo non rendergli omaggio, dopo che avevo visto decine di volte tutti i suoi film e che proprio a quella terza stagione, per troppo affetto, avevo rinunciato.
Avevo evitato di leggere qualsiasi cosa al riguardo (e oggi con i social media è davvero un’impresa improba) facendo lo slalom su Instagram e Reddit e salvando tra i preferiti le mille pagine di commenti e discussioni con il saldo proposito di leggere tutto dopo la visione. E comunque ero sicura di sapere cosa mi aspettava, una specie di Ritorno a Twin Peaks, con Lucy e Andy finalmente sposi, qualche nuovo personaggio, le musiche jazz in sottofondo e “Invito all’amore” ancora in onda sulle televisioni come Beautiful.
Ho avuto la giusta punizione per aver attribuito qualcosa di tanto banale a David Lynch anche solo per un attimo (Dio ci punisce per le cose che non siamo capaci di immaginare cit.). The Return è stata un’esperienza dolorosa.

La prima volta che vediamo Dale Cooper nella Loggia Nera, durante la prima stagione, Laura Palmer gli dice: “Ci rivedremo tra venticinque anni.”
Venticinque anni sono passati davvero, e questa è la cosa più sconvolgente della terza stagione. Non la Loggia o Judy (di cui già David Bowie parla in The Missing Pieces). Non i mondi paralleli o paradossi bootstrap in stile Dark. Non il tempo che è passato per i personaggi.
Il tempo che è trascorso per me.

Mentre aspettavo di ritrovare i volti che avevo amato, mi rendevo conto che il vero protagonista di The Return era diventato il tempo. Un tempo impietoso. Un tempo che aveva trasformato i luoghi, i corpi, le voci. Alcuni personaggi erano cambiati. Alcuni erano invecchiati. Altri non c’erano più.

E mentre osservavo tutto questo, pensavo a me. A tutto ciò che mi era successo in quei venticinque anni di cui parla Laura. Alle persone che ho incontrato e a quelle che ho perduto. Ai sogni realizzati e a quelli abbandonati lungo la strada.

Continuavo ad aspettare Cooper, quello vero. Il suo sorriso aperto, la sua ironia, la sua intelligenza luminosa. Continuavo a pensare che, prima o poi, David Lynch avrebbe deciso di restituircelo.

Ma David Lynch sapeva esattamente cosa stava facendo. Sapeva che milioni di spettatori stavano aspettando da venticinque anni lo stesso momento, e sapeva anche che l’attesa, qualche volta, è più importante della ricompensa. E quindi ci ha dato oltre sedici puntate di Dougie Jones, creando per l’ennesima volta in noi il senso di straniamento che viene dal doppio. Dal sosia, o doppelgänger che dir si voglia. Stesse sembianze, diversa anima.

Non voglio entrare nel merito della trama. È stata analizzata, interpretata e discussa all’infinito da persone molto più competenti di me.

Per me vedere The Return è stato fare i conti con la vita perché a differenza di Dale, io non ho ancora capito come tornare indietro e rimettere tutto a posto. Non c’è modo di cambiare quello che è stato, di riportare in vita chi non c’è più, e di evitare di procurarci le ferite che ancora sanguinano. Possiamo solo medicarle e imparare a convivere con il dolore.

Questo almeno sul piano più razionale.
E poi…

E poi c’è una parte di me continua a pensare che forse i cicli non sono così semplici come sembrano. Che da qualche parte esista ancora una ragazzina fissata con i libri e gli Stati Uniti seduta davanti a un puzzle da tremila pezzi.

Che il castello sia ancora quasi tutto da costruire.

Che Cooper stia entrando a Twin Peaks per la prima volta.

E che domani io abbia un compito di matematica (che probabilmente andrà male), ma tutto sommato, saprò come rimediare. Perché il tempo, almeno lì, non è ancora passato.

26.05.26