Quello che avevo lasciato a Winden

La prima volta che ho visto *Dark* era il 2021. Venivo da una perdita dolorosa e probabilmente cercavo nelle storie qualcosa che non avevano alcuna possibilità di darmi: un rimedio alla mia sofferenza.

Ricordo di essermi appassionata alla prima stagione. Ricordo anche che il mio entusiasmo diminuì progressivamente: la seconda mi convinse meno. La terza mi lasciò addosso una certa irritazione, specialmente verso alcuni personaggi come Martha Alt. Se qualcuno mi avesse chiesto un parere allora, sarei stata probabilmente sarcastica. Avrei parlato di un rompicapo costruito per mettere alla prova i neuroni dello spettatore, di una storia che sembrava moltiplicare i propri enigmi senza una reale necessità. Una sensazione non troppo diversa da quella che avrei provato qualche tempo dopo davanti a “Il problema dei tre corpi”. Più di tutto, avevo la sensazione di assistere a una specie di gioco sadico ai danni dei personaggi. Come se stessi osservando una teca piena di scorpioni costretti a combattersi fra loro senza possibilità di fuga.

Nel tempo, però, c’era qualcosa che continuava a chiamarmi, come per qualcosa lasciato in sospeso. E alla fine del 2025, orfana di “Stranger Things”, ho capito che era arrivato il momento di riprovarci.

[NDA Chi legge molto, o guarda molte serie, sa di cosa parlo Quando una storia che abbiamo amato finisce, ci sentiamo improvvisamente esclusi da un mondo che fino al giorno prima abitavamo insieme ai suoi protagonisti. Ci mancano i luoghi, le atmosfere, e le regole implicite di quell’universo. Ci manca l’esserne parte.]

Così ho scelto di tornare a far visita agli amici di Winden. Quello che non potevo immaginare era che quella seconda visione sarebbe durata mesi.

Terminata l’ultima puntata, ho ricominciato da capo. Poi l’ho riguardata ancora. E ancora. Nel frattempo ho riempito un quaderno di appunti, compilato una guida agli episodi, passato ore a leggere discussioni su Reddit e a confrontare interpretazioni diverse. A un certo punto mi sono ritrovata a riprendere i miei appunti del liceo sulla relatività ristretta (non dirò mai abbastanza grazie al mio professore di Fisica per questa significativa deviazione dalla didattica), seguire canali a tema e comprare  libri di fisica quantistica: perché Dark aveva aperto scenari sui quali non avevo alcun controllo e sollevato domande cui non sapevo rispondere.

Anche dal punto di vista della costruzione narrativa, “Dark” è un’opera straordinaria. Molti la definiscono la migliore serie mai prodotta da Netflix e credo abbiano ragione. Molte storie che parlano di viaggi nel tempo lo usano come espediente narrativo. “Dark” fa qualcosa di molto più ambizioso. Prende sul serio le implicazioni delle proprie premesse. Si comporta come se il tempo fosse davvero una dimensione percorribile, non così diversa dalle dimensioni dello spazio che attraversiamo ogni giorno e senza stupircene.

Da Einstein in poi, sappiamo che il modo in cui ci hanno spiegato il tempo è lontano dalla realtà scientifica. Noi continuiamo a percepirlo come una strada dritta e a senso unico; nei modelli teorici però è una dimensione in cui è possibile muoversi avanti, indietro o lungo traiettorie che fatichiamo a concepire. E se il tempo smette di essere una linea retta, anche le nostre idee di causa ed effetto cominciano a vacillare.

Da qui nasce uno degli aspetti che più mi hanno affascinata: il paradosso bootstrap. Oggetti, informazioni e conoscenze che non hanno una vera origine. Esistono perché vengono trasmessi dal futuro al passato e dal passato al futuro in un circuito chiuso. Quando ci si ferma a pensarci è un’idea vertiginosa. Una delle tante che *Dark* riesce a maneggiare senza perdere il controllo della propria struttura.

Poi arrivano i mondi paralleli. Ed è qui che la serie smette definitivamente di essere soltanto una storia. L’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica è una delle ipotesi più affascinanti mai formulate dall’uomo. Trasposta sul piano filosofico, suggerisce che ogni possibilità possa esistere davvero. Che ogni scelta non cancelli le alternative, ma le distribuisca in realtà differenti. Non sappiamo se sia vero. Forse non lo sapremo mai, ma basta concedere a questa ipotesi qualche minuto di attenzione perché la mente inizi a perdere i propri appigli.

Quante versioni di noi stessi potrebbero esistere? Quanti percorsi che non abbiamo intrapreso stanno continuando da qualche parte? Quanto è grande la realtà, se ciò che percepiamo non è che una sua minima parte? (Quello che sappiamo è una goccia, quello che no sappiamo un oceano).

È qui che “Dark” si trasforma in una straordinaria macchina per pensare: alla fisica, al tempo, alla relatività, e all’essere umano. Perché in fondo il “nodo” che sta al centro della vicenda nasce dall’impossibilità di accettare una perdita. Ogni scelta nasce da una ferita che qualcuno si rifiuta di lasciare andare. (Ogni decisione a favore di qualcosa è una decisione contro qualcosa). Forse è per questo che la seconda visione è stata così diversa dalla prima: più che imparare a memoria l’intricata genealogia (che pure ho imparato a memoria!) mi sono domandata che cosa gli autori stessero cercando di raccontare, per arrivare al solito inesorabile punto di partenza: sconfiggere il tempo e quindi sconfiggere la morte.

Non credo sia un caso che – archiviata temporaneamente la vicenda di Jonas e Thannaus – abbia deciso di tornare a Twin Peaks. Anche David Lynch ha passato gran parte della sua opera a interrogarsi sul tempo, sulla memoria, sulle possibilità alternative e sulle vite che avremmo potuto vivere. E la terza stagione di Twin Peaks ci presenta un grande paradosso Bootstrap e un finale-non finale in cui certo non c’è consolazione. Trovo queste coincidenze straordinarie eppure ormai dovrei aver capito che tutto è collegato.

12.03.26