La notte in cui nacque l’era atomica
Il 16 luglio 1945, alle 5:30 del mattino, il mondo è entrato violentemente nell’era atomica. In quel preciso istante, nel silenzio del deserto del New Mexico, una luce più luminosa di mille soli ha squarciato le tenebre dell’alba.
La Germania nazista aveva capitolato da poco più di due mesi e la guerra in Europa era finita, ma nel Pacifico il Giappone continuava a combattere una resistenza disperata. Lontano dai fronti, protetti da un cordone di segretezza assoluta, migliaia di scienziati, tecnici e militari del Progetto Manhattan stavano per dare una risposta alla domanda che tormentava i laboratori di Los Alamos: era davvero possibile trasformare la fisica teorica nell’arma più devastante della storia umana?
Il luogo scelto per scoprirlo non avrebbe potuto avere un nome più profetico: una distesa desolata all’interno dell’Alamogordo Bombing Range, storicamente nota come Jornada del Muerto, il viaggio dell’uomo morto. Lì, a duecento chilometri da ogni centro abitato, era stato sospeso a una torre d’acciaio alta trenta metri un ordigno ribattezzato semplicemente “The Gadget”. Era il prototipo di una bomba al plutonio.
Mentre il percorso verso la bomba all’uranio (quella che avrebbe colpito Hiroshima) si basava su un meccanismo balistico relativamente semplice, il plutonio imponeva una sfida ingegneristica mai tentata prima: l’implosione. Per innescare la reazione a catena, una corona di esplosivi convenzionali doveva comprimere il nocciolo di plutonio verso l’interno con una precisione millimetrica e una simmetria assoluta. Se anche una sola frazione di secondo fosse saltata, il test si sarebbe risolto in un colossale, costosissimo fallimento. Trinity doveva dimostrare se quel calcolo matematico potesse tramutarsi in realtà.

Si decise quindi di procedere con il più enorme esperimento scientifico della storia, con una posta in gioco che non aveva precedenti.
Il dispositivo costruito per il test venne chiamato Gadget. Era il prototipo della bomba al plutonio che sarebbe stata successivamente utilizzata a Nagasaki.
Trinity
Il nome del test fu scelto da J. Robert Oppenheimer, direttore del laboratorio di Los Alamos. «Trinity» era ispirato alla poesia di John Donne, autore che Oppenheimer conosceva e ammirava. [1] Il dispositivo venne collocato in cima a una torre alta cento piedi, mentre gli osservatori furono disposti a diversi chilometri di distanza. Furono predisposti sistemi di osservazione, misurazione e sicurezza e vennero elaborati anche piani per affrontare eventuali livelli di radiazione superiori alle previsioni. [2]
Alle 5:30 del 16 luglio 1945 il Gadget esplose – la prima detonazione nucleare della storia.
La torre scomparve. Il calore trasformò parte della sabbia e dell’asfalto circostante in una sostanza vetrosa, la trinitite. La luce fu visibile a grande distanza e l’onda d’urto raggiunse gli osservatori, alcuni dei quali si trovavano a circa diecimila iarde dal punto zero. Il Dipartimento dell’Energia stima l’esplosione in circa 18,6 kilotoni; altre ricostruzioni storiche riportano valori intorno ai 20-21 kilotoni.
Ma il dato più importante era un altro: Trinity aveva dimostrato che il plutonio poteva essere utilizzato per costruire un’arma nucleare funzionante. Il dispositivo che a Los Alamos era ancora un esperimento aveva appena dimostrato di poter diventare un’arma reale.
«Now I am become Death»
Oppenheimer osservò l’esplosione insieme agli altri scienziati. [2]

In seguito avrebbe ricordato una frase della Bhagavad Gita: «Now I am become Death, the Destroyer of worlds». La citazione è diventata inseparabile dalla memoria di Trinity, anche se la sua collocazione temporale e il modo esatto in cui Oppenheimer la ricordò negli anni successivi appartengono alla storia delle testimonianze sull’evento, non a una registrazione contemporanea del momento dell’esplosione.
Ma quel mattino c’erano molti dati da registrare. I ricercatori avevano bisogno di capire esattamente che cosa fosse successo. L’esplosione venne fotografata e filmata attraverso strumenti disposti a distanza, mentre gli scienziati raccoglievano misurazioni sulla luce, sull’onda d’urto, sulla radiazione e sulla potenza sviluppata. Alcune delle fotografie originali furono classificate come segrete e sarebbero state declassificate soltanto decenni più tardi.
Ventuno giorni
Trinity arrivò quando il Manhattan Project aveva già raggiunto un livello di segretezza straordinario, ma proprio il successo del test rendeva il segreto sempre più difficile da mantenere.
Con Trinity, il 16 luglio 1945, gli Stati Uniti divennero il primo Paese al mondo a possedere un’arma nucleare funzionante.
La notizia dell’esplosione circolò immediatamente all’interno degli apparati americani. Harry Truman, che si trovava alla Conferenza di Potsdam, venne informato del successo del test; il giorno successivo ne parlò con Winston Churchill. Il 24 luglio Truman riferì anche a Stalin che gli Stati Uniti disponevano di una nuova arma di grande potenza, senza rivelarne esplicitamente la natura.

Nel frattempo, per l’opinione pubblica americana, Trinity non era una bomba atomica. Nelle ore successive all’esplosione venne diffusa una versione ufficiale che parlava di un’esplosione accidentale avvenuta in un deposito di munizioni nell’area della base. La spiegazione serviva a coprire ciò che era realmente accaduto. Ventuno giorni dopo Trinity, il 6 agosto 1945, il presidente Truman annunciò al mondo che gli Stati Uniti avevano usato una nuova arma contro Hiroshima. Solo allora l’esistenza della bomba atomica fu rivelata all’opinione pubblica.
Può sembrare incredibile, ma ci volle meno di un mese perché un percorso scientifico iniziato più di trent’anni prima, con la nascita della fisica nucleare, arrivasse dalla prima esplosione nucleare di Trinity all’impiego di due bombe atomiche contro due città giapponesi.
Il 6 agosto una bomba all’uranio, Little Boy, sarebbe stata sganciata su Hiroshima.
Il 9 agosto, tre giorni dopo, una bomba al plutonio, Fat Man, avrebbe colpito Nagasaki.
La bomba di Nagasaki era basata sullo stesso principio di implosione verificato a Trinity.
Dopo Trinity
Oltre a un’immane detonazione, Trinity generò anche una nuova categoria di potere. Da quel momento una parte della strategia internazionale avrebbe dovuto misurarsi con la possibilità che una singola arma potesse distruggere una città e che la capacità di possederla dipendesse non soltanto dalla forza militare, ma dalla disponibilità di scienziati, materie prime, industria, informazioni e sistemi di intelligence. Il segreto atomico diventò così uno degli oggetti più importanti della Guerra fredda.
Questo, per il Dossier Corvo, è il punto in cui Trinity ci porta oltre il deserto del New Mexico.
Una traccia nella Loggia Bianca [ATTENZIONE!! SPOILER SU EP.8 Twin Peaks The Return!]
Non è un caso che Trinity ritorni, molti decenni dopo, dentro una delle opere più enigmatiche della cultura contemporanea. Nell’ottava parte di Twin Peaks: The Return, trasmessa nel 2017 e scritta da David Lynch e Mark Frost, la narrazione abbandona improvvisamente il presente e ci porta proprio lì: 16 luglio 1945, White Sands, New Mexico, 5:29 AM.
È il Trinity Test, visto con gli occhi di David Lynch.

La macchina da presa entra nel fungo atomico, attraversa la luce e la materia, mentre la Threnody to the Victims of Hiroshima di Krzysztof Penderecki accompagna la sequenza. E dentro quel caos appare qualcosa che appartiene ormai alla mitologia di Twin Peaks: l’entità chiamata “Experiment” espelle una massa di uova, una delle quali contiene il volto di BOB. Poco dopo, in un altro spazio della sequenza, il Gigante e Senorita Dido assistono a ciò che è accaduto e Dido invia verso la Terra una sfera dorata contenente il volto di Laura Palmer.
La serie non stabilisce esplicitamente che la bomba abbia «creato» BOB, né identifica sullo schermo l’Experiment con Judy. Queste sono interpretazioni molto diffuse, ma il rapporto causale viene lasciato volutamente aperto. Quello che Lynch e Frost fanno con certezza è mettere in relazione, attraverso il montaggio, la nascita dell’era nucleare e l’irruzione di quelle forze nel mondo di Twin Peaks.
Ed è proprio questo che interessa al Dossier Corvo: la bomba che abbiamo appena seguito come fatto storico diventa, nella Loggia Bianca, una frattura cosmologica irreparabile.
[1] La citazione a cui Oppenheimer allude è tratta dal sonetto sacro XIV di John Donne, “Batter my heart, three-person’d God”:
“Batter my heart, three-person’d God; for You
As yet but knock; breathe, shine, and seek to mend;
That I may rise, and stand, o’erthrow me, and bend
Your force, to break, blow, burn, and make me new.”
[2] Nelle prime ore del 16 luglio 1945, alcune centinaia di scienziati, tecnici e militari erano distribuiti nelle diverse postazioni predisposte intorno al sito di Trinity. Tra loro c’erano J. Robert Oppenheimer, direttore scientifico di Los Alamos, Enrico Fermi, Hans Bethe, I. I. Rabi, Edward Teller, Richard Feynman, George Kistiakowsky, Norris Bradbury e Leslie Groves, oltre a numerosi altri protagonisti del Manhattan Project. Le postazioni degli osservatori erano situate a chilometri dal punto zero; la distanza e la disposizione erano state stabilite in funzione della sicurezza e delle diverse misurazioni che dovevano essere effettuate.
Ognuno reagì in modo diverso. Oppenheimer ricordò in seguito la frase della Bhagavad Gita: «Now I am become Death, the destroyer of worlds». Kenneth Bainbridge, direttore del test, fu molto più asciutto: «Now we are all sons of bitches». Victor Weisskopf ricordò prima l’esultanza, poi la stanchezza e infine la preoccupazione. Groves parlò invece della sensazione che il lavoro compiuto fosse stato finalmente giustificato.
Enrico Fermi, come spesso gli accadeva, trasformò anche quel momento in un esperimento. Poco dopo il lampo strappò alcuni piccoli pezzi di carta e li lasciò cadere da un’altezza di circa un metro e ottanta. Quando, una quarantina di secondi dopo l’esplosione, arrivò l’onda d’urto, osservò quanto la corrente d’aria avesse spostato i frammenti. Misurando quello spostamento, ricavò sul posto una prima stima della potenza dell’esplosione: circa 10 kilotoni. La stima era inferiore al valore effettivo, ma sorprendentemente vicina considerando la semplicità del metodo.
I. I. Rabi, invece, aveva partecipato a una sorta di scommessa interna sulla potenza della bomba. Arrivato tardi al Trinity Site, trovò disponibili soltanto gli ultimi numeri e scelse 18 kilotoni. Fu proprio lui a vincere il betting pool. Non aveva fatto un calcolo particolarmente raffinato: come racconta la documentazione di Los Alamos, aveva semplicemente preso il numero che gli era rimasto a disposizione.
Anche altri reagirono in maniera singolare. Edward Teller si era preparato all’intensità della luce e del calore mettendosi abbondantemente la crema solare. Richard Feynman, invece, tolse gli occhiali protettivi per guardare direttamente il lampo e rimase temporaneamente accecato dalla luce della fireball. George Kistiakowsky, che aveva scommesso contro Oppenheimer sul funzionamento del dispositivo, gli ricordò subito dopo: «Oppie, you owe me $10».