Di tutti i temi che attraversano la letteratura fantastica, gotica e weird, pochi sono persistenti e inquietanti quanto quello del doppio. Il suo fascino deriva da una domanda antica e profondamente umana: la nostra individualità è piena o convivono forse in noi identità, desideri, impulsi che a livello cosciente non riconosceremmo come nostri?
La figura del doppio compare in molte culture come presagio di sventura o manifestazione soprannaturale. Nella tradizione germanica prende il nome di Doppelgänger, letteralmente “colui che cammina doppio”: una copia di sé stessi che si manifesta nel mondo e che spesso annuncia una crisi imminente. La letteratura dell’Ottocento trasforma questa superstizione popolare in uno strumento di esplorazione psicologica, anticipando intuizioni che la psicoanalisi formalizzerà soltanto decenni più tardi.

Uno dei primi e più influenti esempi è William Wilson (1839) di Edgar Allan Poe. Il protagonista incontra un individuo che porta il suo stesso nome, possiede il suo stesso aspetto e sembra comparire ogni volta che sta per compiere un’azione moralmente riprovevole. Il doppio diventa così la materializzazione della sua coscienza, una presenza impossibile da eliminare perché espressione della parte più autentica del suo.

Con Il sosia (1846), Fëdor Dostoevskij compie un passo avanti. Il modesto funzionario Jakov Goljadkin si trova improvvisamente in presenza di un uomo identico a lui, ma più brillante, disinvolto e socialmente efficace. Il nuovo arrivato gli sottrae progressivamente relazioni, prestigio e perfino identità. Qui il doppio non rappresenta più soltanto la coscienza morale, ma l’insieme delle aspirazioni, delle frustrazioni e delle paure che abitano la mente umana. È uno dei primi grandi racconti della disgregazione psicologica moderna.
La seconda metà dell’Ottocento è dominata da figure che incarnano la scissione dell’individuo. Nel celeberrimo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (1886), Robert Louis Stevenson immagina che il bene e il male possano separarsi fisicamente in due persone diverse. Hyde non è un estraneo: è Jekyll liberato da ogni freno morale.
Oscar Wilde, invece ne Il ritratto di Dorian Gray (1890), sposta il conflitto all’esterno del corpo. Il ritratto diventa depositario di colpe e impulsi estremi e corrotti, mentre il protagonista conserva un’apparenza immutabile. In entrambi i casi, il doppio rende visibile ciò che normalmente rimane nascosto.

Il Novecento amplia ulteriormente il concetto. In Il fu Mattia Pascal Luigi Pirandello riflette sulla possibilità di sfuggire alla propria identità (per scoprire che si tratta di un’impresa impossibile). Italo Calvino, ne Il visconte dimezzato (1952), trasforma il tema del doppio in allegoria: un uomo viene letteralmente diviso in due metà, una completamente buona e una completamente malvagia, mostrando quanto sia illusoria ogni concezione semplificata dell’essere umano.
Anche la narrativa weird ha spesso fatto del doppio uno dei suoi strumenti privilegiati. Se il gotico ottocentesco era interessato alla divisione dell’individuo, il weird tende a interrogarsi sul confine stesso della realtà. Il doppio non è più soltanto una proiezione psicologica, ma una crepa ontologica, la prova che il mondo potrebbe essere meno stabile di quanto immaginiamo.
È probabilmente per questo che Twin Peaks rappresenta una delle più affascinanti reinterpretazioni contemporanee del tema.
(ATTENZIONE SPOILER in particolare sulla Terza Stagione).
Nelle prime due stagioni, David Lynch e Mark Frost disseminano la serie di specchi, riflessi, identità ambigue, sogni e figure che sembrano esistere contemporaneamente in più luoghi e dimensioni. La Loggia Nera appare come uno spazio liminale, una sorta di inconscio cosmico popolato da archetipi, spiriti e riflessi deformati dell’identità umana. È qui che il male assume spesso le sembianze del doppio: un’immagine speculare che conserva l’aspetto dell’individuo ma ne tradisce la natura più oscura.

Con Twin Peaks: The Return (2017), il tema viene portato alle sue estreme conseguenze. Dale Cooper, intrappolato nella Loggia Nera per venticinque anni, scopre che nel mondo vive un suo Doppelgänger, comunemente indicato dai fan come “Mr. C”. Non si tratta di un gemello malvagio sul modello di Jekyll e Hyde. Mr. C è una versione corrotta, svuotata di empatia e dominata dalla volontà di sopravvivere a ogni costo. Conserva l’intelligenza, il fascino e le capacità investigative dell’agente dell’FBI, ma ne disperde tutta l’umanità, il candore, il sense of humor, la fragilità.
Il Doppelgänger di Cooper rappresenta una delle incarnazioni più inquietanti del tema nella cultura contemporanea perché non è soltanto un antagonista. È la prova che l’identità può essere separata, duplicata e alterata. Cooper e Mr. C sono contemporaneamente la stessa persona e due individui distinti, costringendo lo spettatore a interrogarsi su cosa definisca davvero un essere umano.
Ma è con il concetto di Tulpa che Twin Peaks compie forse il passo più sorprendente.
Il termine proviene dal buddhismo tibetano. Nella sua accezione più nota indica una forma-pensiero generata attraverso pratiche spirituali e meditative avanzate. La sua diffusione in Occidente si deve in larga misura all’esploratrice e orientalista francese Alexandra David-Néel che, nel volume Mistici e maghi del Tibet (Magic and Mystery in Tibet, 1929), raccontò di avere dato vita attraverso la meditazione a una figura monastica immaginaria progressivamente divenuta autonoma e difficile da controllare. Vera esperienza mistica, allegoria o suggestione psicologica, il racconto contribuì a fissare nell’immaginario occidentale l’idea del Tulpa come entità senziente generata dalla volontà.

Lynch e Frost rielaborano liberamente questa tradizione e la inseriscono nella cosmologia della serie. I Tulpa diventano copie senzienti generate attraverso una manipolazione spirituale della materia: non semplici cloni biologici né duplicati meccanici, ma esseri dotati di memoria, personalità, emozioni e libero arbitrio. E qui si introduce una domanda profondamente weird: se una copia pensa, soffre, ama e costruisce relazioni autentiche, in cosa differisce dall’originale?
Un’altra figura centrale è quella di Diane. Per buona parte della terza stagione, il personaggio che vediamo non è la vera Diane Evans, ma un Tulpa inconsapevole della propria natura. La scoperta mette in crisi ogni certezza sull’identità personale e apre interrogativi che ricordano Borges e Philip K. Dick: se i nostri ricordi possono essere impiantati, alterati o costruiti artificialmente, dove risiede il nucleo autentico dell’individuo?
Ma, come nelle migliori opere weird, Twin Peaks non ha intenzione di risolvere il mistero.
Nessuna risposta, solo domande.
Quanto conosciamo davvero noi stessi?
E se l’altro che temiamo di incontrare fosse sempre stato dentro di noi?
Oppure, in maniera ancora più inquietante, se fossimo noi il doppio di qualcun altro?
