La settimana scorsa mi sono decisa a guardare l’ultima stagione di Stranger Things (strafamosa produzione Netflix, prima stagione 16.07.2016, quinta stagione dal 27.11 al 31.12.2025). Mi è piaciuta? Sì. Completamente? No. Ho avuto spesso la sensazione che la storia corresse troppo in fretta. Troppi cambi di scena rapidissimi, e poi personaggi luoghi e situazioni a cascata, come se gli autori si fossero accorti di avere accumulato negli anni una quantità enorme di fili narrativi e ora dovessero necessariamente portarli tutti a destinazione.
Dopo le molte discussioni e interpretazioni (dai non-sense scientifici all’ipotesi dell’episodio mancante), con la mente un po’ più fresca e passata l’esaltazione da “finale di stagione” che in questo caso sembra essere anche il finale di tutto, il mio ricordo rimane questo: quattro ragazzini attorno a un tavolo che giocano a Dungeons & Dragons nello scantinato che tutti avremmo sognato di avere come cameretta.

Non il Demogorgone, non i Demo-Cani, non Vecna, non il povero Will e nemmeno le battaglie finali. Piuttosto l’idea che l’immaginazione possa essere una forma di resistenza e che affrontare l’ignoto è più facile se si trova un nome con cui definirlo.
Quando la serie è cominciata, il set era ancora quello delle biciclette, dei pomeriggi lunghissimi e delle amicizie assolute. Un mondo in cui i ragazzi costruivano mappe immaginarie per orientarsi in una realtà che non capivano ancora del tutto. Molto ET, soprattutto molto King.
Il Sottosopra è arrivato dopo. Come in IT, e in Dark, e in Twin Peaks, prima c’è una cittadina qualsiasi, e la vita quasi ordinaria di una comunità come tante. Poi qualcosa si rompe. Hawkins come Derry o come Winden. Luoghi che nascondono una ferita che diventa una porta aperta su altri mondi, non necessariamente accoglienti.
Da uno di questi proviene Undici, il personaggio più forte e iconico specie nelle prime stagioni, e tutto il suo percorso è una smisurata richiesta di essere amata per quello che è. Anche passando da una scatola di merendine che diventa il simbolo di tutto quello che desidera e che non ha mai avuto: un’infanzia normale.
Questo trovo affascinante. Non l’elemento straordinario, ma la capacità di trasformare l’ordinario: anche una confezione di waffle surgelati. È così che il velo (di Maia) della realtà si squarcia. Certo, talvolta lascia entrare presenze poco rassicuranti, che abbiano forma di Woodsman o di DemoCani non cambia poi tanto.
26.01.26