La talpa

Quando nel 1974 John le Carré pubblicò Tinker Tailor Soldier Spy [1] diventato in Italia La talpa, la Guerra fredda aveva già prodotto una lunga serie di casi nei quali il confine fra intelligence, ideologia e tradimento era diventato difficile da distinguere. Le Carré conosceva quell’ambiente dall’interno: prima di diventare scrittore aveva lavorato nei servizi segreti britannici, MI5 e MI6. Il suo romanzo porta questa esperienza dentro una storia nella quale non ci sono inseguimenti spettacolari né agenti invincibili, ma uffici, dossier, interrogatori, vecchie fonti e soprattutto una domanda che diventa progressivamente ossessiva: chi ha tradito il Circus?

Il Circus è il nome con cui nel romanzo viene indicato il servizio segreto britannico. Ai suoi vertici è rimasta una talpa, un agente che lavora per il Centro di Mosca e che da anni passa informazioni ai sovietici. Quando George Smiley viene richiamato dal pensionamento, l’indagine assume una forma quasi chirurgica: non deve scoprire un nemico sconosciuto, ma individuare il traditore fra uomini che conosce da decenni e che hanno condiviso con lui la stessa stanza, gli stessi codici, gli stessi segreti.

È qui che le Carré cambia radicalmente la natura della spy story. In Forsyth l’intelligence può essere osservata attraverso l’operazione, la preparazione, la precisione con cui un piano viene costruito. In le Carré il centro della storia si sposta invece sulla fiducia. Un servizio segreto vive di informazioni, ma quelle informazioni arrivano attraverso persone; e le persone possono mentire, manipolare, innamorarsi, tradire oppure semplicemente sbagliare.

Smiley non è l’eroe tradizionale dello spionaggio. È anziano, metodico, apparentemente dimesso. La sua forza non sta nella capacità di dominare gli eventi, ma nella pazienza con cui ricostruisce una vicenda partendo da dettagli che gli altri hanno smesso di considerare importanti. Il suo metodo è quello dell’analista: mettere in relazione frammenti apparentemente separati fino a capire quale storia raccontino nel loro insieme.

Questo che rende La talpa così importante per il Dossier Corvo. L’intelligence raccoglie informazioni ma soprattutto le valuta e le confronta, cercando di capire chi le ha prodotte e perché.
Una fonte può essere autentica e tuttavia manipolata; un’informazione può essere vera e tuttavia essere stata fornita per ottenere un determinato effetto. Il problema non è soltanto sapere. È sapere quanto fidarsi di ciò che si sa.

Non sorprende che il romanzo La talpa sia nato all’ombra di una vicenda reale che ha profondamente segnato l’immaginario britannico: quella dei Cambridge Five e, in particolare, di Kim Philby, l’alto funzionario dell’intelligence britannica che per anni aveva lavorato clandestinamente per l’Unione Sovietica. La figura del traditore nascosto nel cuore dell’apparato apparteneva dunque alla storia recente, non soltanto alla fantasia dello scrittore. La pubblicazione del romanzo arrivò inoltre pochi anni dopo la fuga di Philby in Unione Sovietica, nel 1963, e il tema della penetrazione sovietica dei servizi occidentali rimaneva tutt’altro che astratto.

Dal libro allo schermo

“La talpa” ha avuto due importanti adattamenti audiovisivi, molto diversi per epoca e linguaggio.

Il primo fu quello televisivo della BBC, trasmesso nel 1979 in sette episodi e diretto da John Irvin, con Alec Guinness nel ruolo di George Smiley. La serie, sceneggiata da Arthur Hopcraft, conserva la struttura investigativa del romanzo e soprattutto la sua atmosfera: il mondo del Circus appare fatto di stanze, archivi, conversazioni a bassa voce e uomini che conoscono soltanto una parte della storia.

Trentadue anni dopo arrivò il film di Tomas Alfredson. Uscito nel 2011, Tinker Tailor Soldier Spy — distribuito in Italia come La talpa — affidò Smiley a Gary Oldman, affiancato da Colin Firth, Mark Strong, John Hurt, Benedict Cumberbatch e Tom Hardy. La sceneggiatura di Bridget O’Connor e Peter Straughan dovette necessariamente comprimere una trama molto più ampia, trasformando il romanzo in un film di 127 minuti.

Alfredson scelse di non tentare di ricreare la miniserie della BBC, ma di costruire una propria versione cinematografica. Il risultato accentua il carattere visivo della storia: gli uffici del Circus, i volti, i corridoi, le finestre, i riflessi e soprattutto i silenzi diventano parte dell’indagine. Il film è quasi una storia di spionaggio raccontata attraverso ciò che i personaggi non dicono.

In un mondo nel quale tutti possiedono informazioni e nessuno possiede l’intera verità, anche il silenzio diventa una fonte. Una pausa, una frase omessa, un rapporto che arriva troppo tardi, una persona che improvvisamente non è più dove dovrebbe essere: tutto può diventare un indizio.

Le Carré aveva trasformato la spy story in qualcosa di molto vicino a un’indagine sulla natura stessa dell’informazione. Non chiedersi soltanto che cosa sappiamo, dunque, ma anche chi ce lo ha detto, perché, e che cosa potrebbe esserci dietro. È una domanda che, in fondo, accompagna ogni buon dossier.

[1] Il titolo originale, Tinker Tailor Soldier Spy, riprende una celebre filastrocca inglese: Tinker, Tailor, Soldier, Sailor, Rich Man, Poor Man, Beggar Man, Thief. Le Carré ne modifica la sequenza sostituendo Sailor con Spy: nel romanzo, Tinker, Tailor, Soldier e Spy diventano i nomi in codice dei quattro uomini sospettati di essere la talpa infiltrata nel Circus.

[2] Benedict CumerbL’ombra delle spie (The Courier, 2020/2021), diretto da Dominic Cooke. Cumberbatch interpreta Greville Wynne, un uomo d’affari britannico realmente esistito che negli anni Sessanta venne coinvolto da MI6 e CIA come corriere per il colonnello sovietico Oleg Penkovsky, che forniva informazioni all’Occidente.