Quando la deterrenza fallisce

Quando la deterrenza fallisce

Iran, Stati Uniti e Israele: dalla guerra invisibile alla guerra aperta

10 marzo 2026

Nel giugno del 2025, in questo stesso Dossier, avevamo osservato il momento in cui l’intelligence si trasformava in guerra con l’operazione Rising Lion. Sembrava allora che quei dodici giorni di conflitto potessero stabilire una nuova forma di deterrenza, un messaggio chiaro inviato a Teheran da Israele e Stati Uniti. A distanza di soli nove mesi, quella soglia è stata nuovamente e drammaticamente oltrepassata.

Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato una nuova vasta campagna militare contro l’Iran, denominata dal Pentagono Epic Fury. Gli obiettivi dichiarati da Washington questa volta sono totali: distruzione delle capacità missilistiche, della marina e dell’intera industria della difesa iraniana, per imporre un arresto definitivo al programma nucleare. Ma questo conflitto ha immediatamente mostrato un volto diverso e ben più radicale. Nel primo giorno dell’offensiva, un attacco mirato su Teheran ha ucciso Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica islamica al potere dal 1989. L’eliminazione del vertice politico e religioso del Paese, annunciata dai media di Stato il 1° marzo, è stata presentata come il colpo di grazia al regime.

Tuttavia, l’illusione occidentale che la decapitazione del leader coincidesse con il collasso del sistema è svanita in una settimana. L’8 marzo l’Assemblea degli Esperti ha nominato come nuova Guida Suprema suo figlio, Mojtaba Khamenei. Questa successione dinastica, avvenuta nel pieno dei bombardamenti, ha inviato a Washington un chiaro segnale di continuità e arroccamento, portando al potere una figura intimamente legata ai Guardiani della Rivoluzione e agli apparati di sicurezza.

La trappola diplomatica e la guerra invisibile

Per chi osserva gli eventi con gli occhi dell’intelligence, il dettaglio più inquietante risiede nella cronologia. L’offensiva è scattata il 28 febbraio, meno di quarantotto ore dopo che Stati Uniti e Iran avevano chiuso in Svizzera un delicato round di negoziati mediato dall’Oman. Mentre il ministro degli Esteri omanita parlava di progressi tecnici, i bombardieri americani stavano già scaldando i motori. Qui crolla il velo della diplomazia ufficiale: il tavolo negoziale non è stato l’ultimo tentativo di evitare il conflitto, ma una spietata operazione di copertura dell’intelligence, utilizzata da Washington per congelare le reazioni di Teheran e raccogliere le ultime informazioni sui bersagli mentre la macchina bellica si posizionava.

Prima che arrivino le bombe, l’intelligence trasforma flussi di satelliti, intercettazioni e fonti umane in decisioni irreversibili. Ma come sempre, essa non fornisce certezze, solo valutazioni probabilistiche. Nel caso dell’Iran, l’enorme spazio di incertezza tra le accuse occidentali e le smentite di Teheran è stato saturato dalla forza bruta.

Dalla rotta di Hormuz all’ipocrisia della resa

Il conflitto si è rapidamente esteso alle arterie dell’economia mondiale. Il 10 marzo, Washington ha annunciato la distruzione di sedici posamine iraniane nello Stretto di Hormuz, e Donald Trump ha minacciato una risposta militare «a un livello mai visto prima» se il traffico marittimo globale fosse stato compromesso. Il Pentagono sostiene che la campagna stia procedendo secondo i piani, pur registrando al 10 marzo sette militari americani uccisi e circa 140 feriti.

La Casa Bianca ha dichiarato che l’operazione Epic Fury terminerà solo quando l’Iran si troverà in una condizione di «resa incondizionata». Dietro questa formula burocratica si nasconde l’ipocrisia più feroce: pretendere la resa incondizionata da uno Stato di novanta milioni di abitanti significa legittimare una guerra di annientamento totale delle sue strutture civili ed economiche. Colpire un programma nucleare o eliminare un leader sono operazioni misurabili; cancellare le conoscenze scientifiche, le competenze tecniche e le motivazioni politiche di un popolo è impossibile. La storia insegna che una guerra può produrre un immenso deserto di macerie senza mai ottenere la reale resa dell’avversario.

È esattamente in questo scarto drammatico che la cronaca di Teheran si connette alle pagine del mio libro, I giorni del Corvo. Il romanzo esplora precisamente questo: il cinismo di un potere che usa i tavoli di pace per preparare la guerra, che vende la decapitazione di un leader come una “vittoria chirurgica” per nascondere il caos che sta generando, e che usa parole come “sicurezza” per coprire dinamiche di pura sottomissione geopolitica. Di fronte alla nebbia informativa di Epic Fury, in cui la propaganda militare americana e la retorica del regime si scontrano, i lettori e l’opinione pubblica fanno un’enorme fatica a orientarsi. I personaggi del Corvo si muovono in questa stessa cecità, ricordandoci che la verità è la prima vittima di ogni strategia e che il potere si nutre sempre delle illusioni che decide di raccontarci.