Nereide Rudas e la nostalgia immobile

Nereide Rudas e la nostalgia immobile

Nereide Rudas è stata psichiatra, docente e una figura di grande rilievo nella psichiatria italiana. Ha fondato e diretto per molti anni la Clinica psichiatrica dell’Università di Cagliari ed è stata tra le fondatrici della Società Italiana di Psichiatria Forense. Il suo libro, pubblicato originariamente nel 1997 e successivamente riproposto da Carocci, parte da una domanda che sembra semplice e che invece conduce molto lontano: che cosa significa appartenere a un’isola? E: che cosa significa non potersene andare davvero?

Un’isola che cresce verso il basso

L’Isola dei coralli è, naturalmente, la Sardegna. Ma il corallo, nel libro di Rudas, non è soltanto una metafora geografica. È una forma attraverso la quale pensare la memoria, l’identità e il rapporto dei sardi con la propria terra.

La memoria dei sardi, scrive Rudas, non si sarebbe espansa verso l’esterno come una pianta che cresce nell’aria. Al contrario, avrebbe sviluppato le proprie ramificazioni verso l’interno, inabissandosi in un mare interno. Una memoria tenace, profonda, labirintica.

Un’immagine bellissima e inquietante, che spiega il modo in cui la Sardegna chiede un pegno a chi sente di appartenerle. Un legame che si fa indissolubile, come se l’isola non finisse sulla linea della costa, e ancora molto oltre continuasse ad albergare dentro chi parte.

La nostalgia immobile

È qui che compare una delle espressioni più belle e più enigmatiche del libro: la nostalgia immobile. Solitamente la nostalgia è movimento, ci porta verso qualcosa che abbiamo perduto (o che crediamo di aver perduto). È una tensione verso un luogo, una persona, un tempo, un’origine. La nostalgia di cui parla Rudas, invece, il movimento lo ha perso. Paralizza e resta ferma. È quella di chi è lontano ma non riesce a separarsi dalla propria origine; di chi parte e tuttavia continua a vivere dentro il luogo da cui è partito. E non è semplicemente malinconia individuale, ma qualcosa di più profondo: una modalità attraverso la quale una collettività può costruire e conservare la propria identità.

Del resto L’isola dei coralli non è un libro sulla Sardegna nel senso convenzionale del termine. È un’indagine sull’identità del popolo sardo condotta attraverso la letteratura, la psicodinamica e l’analisi di alcune delle sue figure culturali più importanti. Rudas passa attraverso Gramsci, Deledda, Satta, Ciusa, Lussu e Dessì per cercare le tracce di questa identità e del rapporto problematico con le origini.

La Sardegna come madre

Uno degli aspetti che mi hanno colpito maggiormente è proprio il modo in cui Rudas interpreta il rapporto con la terra d’origine.

L’analisi della Rudas sulla relazione degli isolani con l’Isola assume i caratteri di una relazione materna: arcaica, viscerale, profondissima. La madre è colei che dà origine, protegge, nutre, ma è anche colei dalla quale, per diventare adulti, bisogna prima o poi separarsi. E’ proprio la possibilità — o l’impossibilità — di questa separazione a rendere il rapporto così problematico, perchè l’isola-madre accoglie e trattiene; genera dare identità e legame; è il luogo dal quale si desidera partire e quello verso il quale, per tutta la vita, si continua a tornare, se non proprio con il corpo, incessantemente con la memoria.

Dalla psichiatria alla letteratura

Il libro di Nereide Rudas rivela una straordinaria capacità di utilizzare strumenti profondamente tecnici — psicodinamici, psicoanalitici, antropologici — per leggere la letteratura e, attraverso la letteratura, cercare di comprendere un popolo. Un procedimento che in alcuni passaggi raggiunge un lirismo sorprendente.

La Sardegna diventa contemporaneamente un luogo geografico, una memoria, una figura materna, un’origine e un territorio psichico, e la letteratura diventa lo strumento attraverso il quale quella dimensione nascosta può finalmente emergere.

E il Corvo?

È qui che L’isola dei coralli entra ne I giorni del Corvo. Non attraverso una vicenda da trasferire nella trama, ma per via di qualcosa di più profondo: il rapporto fra radice e movimento. Nel romanzo ho cercato di raccontare personaggi che, in modi diversi, sono costretti a confrontarsi con ciò che li ha formati. Da dove veniamo? Che cosa ci portiamo dietro quando partiamo? Quanto della nostra identità è una scelta e quanto, invece, è una materia che abbiamo ricevuto?

E soprattutto: si può davvero fuggire dalla propria origine?

Sono domande che appartengono anche al libro di Rudas, come anche la figura emblematica che da titolo all’opera. Il corallo cresce lentamente, costruendo la propria architettura nel buio. Non sale verso il cielo, al contrario, scende e si ramifica nelle profondità. Qualcosa di simile può accadere alla memoria: ciò che crediamo di aver lasciato alle nostre spalle può continuare a crescere dentro di noi, ramificandosi in luoghi che non vediamo più.

Radice e volo

I giorni del Corvo è, in molti sensi, un romanzo sul movimento. I suoi personaggi attraversano territori, confini, sistemi di potere. Il Corvo vola.

Ma nessuno vola davvero senza avere una terra da cui essersi staccato. Ed è questa la tensione che mi interessava raccontare: radice e volo, la possibilità di andare lontano senza smettere di essere ciò da cui si proviene; o al al contrario, la scoperta che partire non significa necessariamente liberarsi. Si può attraversare un continente e continuare a portarsi dietro un’isola. Si può cambiare identità, nome, luogo, vita, ma il mare interno rimane.


DOSSIER CORVO / 006
Fascicolo: I libri del Corvo
Documento: L’isola dei coralli. Itinerari dell’identità
Autrice: Nereide Rudas
Prima pubblicazione: 1997; nuova edizione Carocci 2004
Temi: identità · memoria · Sardegna · origini · psicodinamica · letteratura · appartenenza
Connessione con I giorni del Corvo: origine, memoria, rapporto con la propria terra, radice e movimento.