Dimenticate una volta per tutte le mille facce di James Bond, gli inseguimenti in motoscafo, gli smoking e le Bond Girl con acconciatura e trucco impeccabili anche se impegnate in una missione segreta dentro un reattore nucleare.
L’ombra delle spie (titolo originale: The Courier, 2020) è un film di spionaggio doloroso e a suo modo epico, che racconta la storia vera di Greville Wynne e del suo rapporto con il colonnello sovietico Oleg Penkovsky,
Wynne (interpretato dal sempre perfetto Benedict Cumberbatch) era un uomo d’affari britannico che viaggiava regolarmente nell’Europa orientale. Proprio questa sua attività commerciale lo rese l’uomo ideale per l’intelligence britannica. Non aveva il profilo dell’agente dei servizi professionista. Era, almeno in apparenza, un uomo qualunque che varcava la frontiera per incontrare un cliente. Nel suo caso, però, il cliente era l’Unione Sovietica. E l’uomo che doveva incontrare aveva deciso di tradire il proprio Paese. Era il colonnello Oleg Penkovsky, ufficiale dell’intelligence militare sovietica, il GRU.
Il film, diretto da Dominic Cooke racconta proprio questa storia: la fonte che fornì all’Occidente una quantità eccezionale di informazioni sull’apparato militare sovietico nel momento in cui il confronto fra superpotenze stava diventando drammatico.
Il focus: Chi era davvero Oleg Penkovsky?
Nome in codice Hero, Penkovsky non era una spia comune. Era un veterano decorato della Seconda Guerra Mondiale, un uomo inserito nei salotti dell’élite moscovita e con un accesso privilegiato ai dossier più scottanti del Cremlino. Eppure, nel 1961, decise di contattare l’Occidente.
Più che un “eroe” nel senso romantico del termine, Penkovsky era una figura tragica e complessa. Gli storici ne descrivono la personalità come ambiziosa e a tratti vanitosa, ferita dal fatto che la sua carriera militare avesse toccato un tetto insuperabile a causa delle origini politiche di suo padre (un ufficiale dell’Armata Bianca). Ma a muoverlo c’era anche un’autentica preoccupazione geopolitica: considerava il leader sovietico Nikita Chruščëv un uomo impulsivo, instabile e pericoloso, capace di trascinare il mondo in un olocausto nucleare per pura sconsideratezza.
Tra il 1961 e il 1962, Penkovsky fotografò migliaia di documenti top-secret con una minuscola fotocamera Minox. Trasmise all’Occidente dettagli cruciali sui sistemi missilistici sovietici, sui piani di difesa civile e persino sui manuali tecnici dei razzi. Per farlo, sfruttò proprio i brevi incontri commerciali con l’ignaro (almeno inizialmente) Greville Wynne. Wynne divenne il tramite attraverso il quale Penkovsky poteva incontrare i suoi interlocutori occidentali. Il meccanismo era relativamente semplice e proprio per questo estremamente rischioso: viaggi commerciali, incontri apparentemente normali, messaggi e materiale clandestino. Nel mondo dell’intelligence, la persona che trasporta un’informazione non è necessariamente quella che la produce. E qualche volta non è nemmeno quella che ne comprende fino in fondo il valore.
La vicenda di Wynne e Penkovsky sarebbe rimasta una delle tante storie sottotraccia della Guerra Fredda, se nell’autunno del 1962 non fosse accaduto qualcosa che avrebbe portato Stati Uniti e Unione Sovietica più vicini di quanto non fossero mai stati a una guerra nucleare.
Cuba
Per capire la crisi dei missili bisogna tornare indietro di qualche anno. Nel gennaio 1959 la rivoluzione cubana aveva portato al potere Fidel Castro, i rapporti con gli Stati Uniti erano peggiorati rapidamente e nell’aprile 1961 il fallimento della Baia dei Porci aveva rafforzato il legame fra Cuba e l’Unione Sovietica. Per Mosca, Cuba rappresentava un’opportunità strategica nel cuore dell’emisfero occidentale. Per L’Avana, l’alleanza sovietica costituiva una forma di protezione contro il rischio di una nuova invasione americana.
Nel luglio 1962 Nikita Chruščëv e Fidel Castro raggiunsero segretamente un accordo per l’installazione a Cuba di missili nucleari sovietici. La costruzione delle basi iniziò nell’estate. Gli Stati Uniti sapevano che l’Unione Sovietica stava rafforzando militarmente l’isola, ma non avevano ancora una prova certa della presenza dei missili nucleari. Questa è una differenza cruciale. L’intelligence consiste nel sapere che cosa sta accadendo, con quale grado di certezza e con quali possibili conseguenze.
I tredici giorni
Il 16 ottobre 1962 John F. Kennedy fu informato della presenza dei missili. Cominciarono così i tredici giorni più pericolosi della Guerra fredda (Thirteen Days è infatti un altro film per il Dossier Corvo).
Alla Casa Bianca furono prese in considerazione diverse possibilità: un attacco aereo avrebbe potuto distruggere i missili, ma anche scatenare una risposta sovietica. Un’invasione di Cuba avrebbe comportato rischi ancora maggiori. Kennedy scelse una terza strada. Il 22 ottobre annunciò pubblicamente la scoperta delle installazioni e impose una “quarantena navale” dell’isola. Il termine era deliberato: chiamarla “blocco” avrebbe avuto implicazioni giuridiche legate allo stato di guerra. Per alcuni giorni le navi sovietiche continuarono ad avvicinarsi alla linea di demarcazione americana, lasciando il mondo con il fiato sospeso.
Il 24 ottobre alcune navi sovietiche cambiarono rotta o si fermarono prima di raggiungere la linea americana. Ma la crisi non era finita. I missili continuavano a essere presenti a Cuba e le ricognizioni indicavano che le installazioni stavano diventando operative. Il livello di allerta militare americano raggiunse DEFCON 2, un livello immediatamente precedente alla guerra.
Poi arrivò il giorno della svolta diplomatica, il 26 ottobre. Chruščëv inviò a Kennedy un primo messaggio nel quale proponeva il ritiro dei missili sovietici in cambio dell’impegno americano a non invadere Cuba. Il giorno successivo arrivò un secondo messaggio, più duro: questa volta Mosca chiedeva anche il ritiro dei missili americani Jupiter installati in Turchia. Nello stesso giorno un U-2 americano venne abbattuto sopra Cuba. La situazione era sul punto di precipitare.
Kennedy decise di rispondere al primo messaggio e di non rendere pubblica la questione dei missili turchi. Parallelamente, Robert Kennedy incontrò segretamente l’ambasciatore sovietico Anatolij Dobrynin e fece capire che gli Stati Uniti avrebbero ritirato i Jupiter dalla Turchia, ma senza inserire questo dettaglio nell’accordo pubblico sulla crisi. Il 28 ottobre Chruščëv annunciò il ritiro dei missili sovietici da Cuba. La guerra nucleare era stata evitata.
Il mito del tempismo perfetto: la finzione scenica
Qui il film introduce una semplificazione narrativa importante. L’ombra delle spie lega direttamente Penkovsky alla crisi dei missili di Cuba e costruisce attorno a lui una parte decisiva della suspense. È efficace cinematograficamente, ma la cronologia reale è più complessa.
Penkovsky era stato arrestato prima dell’inizio della crisi dell’ottobre 1962 e precisamente, a Mosca il 22 settembre 1962 (o secondo alcune fonti declassificate della CIA il 16 ottobre, comunque prima o all’estremo inizio della crisi), lo stesso giorno in cui Kennedy parlò alla nazione ordinando la quarantena navale. Non fu lui a fornire agli americani le coordinate dei missili cubani in tempo reale e non ebbe un rapporto diretto con Chruščëv che il film rappresenta. La stessa CIA ha successivamente evidenziato queste libertà narrative.
Il dossier Iron Bark: perché il suo contributo fu decisivo
Questo significa che il ruolo di Penkovsky sia stato marginale? Al contrario. Il suo contributo fu strutturale.
Il 14 ottobre 1962, un aereo spia americano U-2 scattò 928 fotografie che provavano la costruzione dei siti missilistici a Cuba. Ma una fotografia mostra solo cosa c’è sul terreno, non spiega come ragiona o come opera chi lo sta installando. Il 18 ottobre la CIA produsse una valutazione congiunta della minaccia. Gli analisti riuscirono a decifrare quelle immagini solo grazie all’enorme mole di documenti tecnici precedentemente contrabbandati da Penkovsky, materiale d’intelligence che la CIA aveva raccolto sotto il nome in codice di Operazione Iron Bark.
Il rapporto concluse che a Cuba erano presenti i missili sovietici SS-4. Il valore del materiale fornito da Penkovsky stava nella possibilità di confrontare ciò che le fotografie mostravano con le specifiche tecniche, i tempi di preparazione e la reale gittata (1.020 miglia) dei sistemi missilistici di Mosca. Sapendo grazie a lui che i sovietici non erano ancora pronti a lanciare e che Chruščëv stava parzialmente bluffando, Kennedy ottenne il vantaggio psicologico e il tempo diplomatico necessari per gestire la crisi senza ricorrere a un attacco preventivo letale.
Il prezzo del segreto
Il finale della storia reale non concede sconti. Nel maggio del 1963, Penkovsky fu processato per alto tradimento a Mosca e giustiziato. Greville Wynne, l’uomo d’affari trasformato in corriere, finì progressivamente dentro una situazione dalla quale non poteva più uscire, ed è forse l’aspetto emotivamente più toccante di questa storia. Condannato a otto anni di prigione nel duro sistema carcerario sovietico, Wynne venne scambiato nell’aprile 1964 con la spia russa Konon Molody (noto a Londra come Gordon Lonsdale).
L’esperienza ravvicinata con l’apocalisse spinse Washington e Mosca a fare i conti con i limiti strutturali delle loro comunicazioni. Durante i tredici giorni i leader avevano interpretato male le intenzioni reciproche, rischiando l’irreversibile. Da questa consapevolezza nacque la decisione di creare un collegamento diretto e immediato fra la Casa Bianca e il Cremlino: la famosa “Hotline”.
Al netto delle semplificazioni hollywoodiane, questa vicenda rivela il cuore del nostro Dossier Corvo. L’intelligence non serve solo a rubare segreti, ma a ridurre l’incertezza. Quando le decisioni hanno una portata epocale, anche una singola informazione può cambiare il modo in cui il potere vede ciò che ha davanti. E a volte, fra ciò che si vede e ciò che si crede di vedere, passa la differenza tra una crisi diplomatica e una guerra nucleare globale.
