Quando l’intelligence diventa guerra

Israele, Iran e i dodici giorni che hanno cambiato il Medio Oriente

27 giugno 2025

Il 13 giugno Israele ha lanciato l’operazione Rising Lion (Leone Nascente, dal Libro dei Numeri della Bibbia (23:24) allegoria della forza): un’imponente campagna militare contro l’Iran che ha avuto come obiettivi dichiarati le infrastrutture del programma nucleare, gli impianti missilistici e i vertici militari iraniani. Dodici giorni più tardi, il 24 giugno, dopo l’intervento diretto degli Stati Uniti e la successiva risposta iraniana, Donald Trump ha annunciato un cessate il fuoco tra Israele e Iran. È stata una guerra brevissima se misurata con i tempi dei conflitti contemporanei, ma abbastanza intensa da modificare in pochi giorni gli equilibri strategici del Medio Oriente. E, soprattutto, abbastanza complessa da ricordarci quanto sia difficile distinguere, in una crisi internazionale, ciò che sappiamo da ciò che crediamo di sapere.

È proprio questo l’aspetto che mi interessa osservare qui nel Dossier Corvo. Più di quanto sta accadendo tra Israele e Iran, cosa accade prima che una guerra cominci. Com’è ovvio, una grande operazione militare non nasce quando partono i missili. Prima ci sono le informazioni: la raccolta delle fonti, la sorveglianza, l’analisi delle capacità dell’avversario, la localizzazione degli obiettivi, la valutazione delle sue vulnerabilità e delle possibili reazioni. E soprattutto, la domanda più difficile: quanto sono affidabili le informazioni sulle quali si sta per prendere una decisione irreversibile?

Prima delle bombe

Israele ha giustificato l’attacco sostenendo che il programma nucleare iraniano avesse raggiunto una fase tale da rappresentare una minaccia non più procrastinabile. L’operazione si è resa necessaria – nelle loro dichiarazioni – per impedire all’Iran di arrivare alla capacità di costruire un’arma nucleare. Teheran ha sempre respinto l’accusa di perseguire un programma nucleare militare.

La questione era resa ancora più delicata dal fatto che Stati Uniti e Iran stavano tentando parallelamente di negoziare sul programma nucleare Iraniano, in particolare gli Stati Uniti imponevano come condizione inderogabile la rinuncia totale dell’Iran al proprio programma di arricchimento dell’uranio; Teheran dal canto suo si opponeva a questa richiesta radicale, considerandola una violazione del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e rivendicando il diritto all’energia nucleare per scopi pacifici.
I colloqui non avevano prodotto un accordo e la situazione appariva sempre più fragile, ma la via diplomatica non era ancora formalmente scomparsa quando Israele ha deciso di passare all’azione militare.

È un passaggio che vale la pena osservare perché mostra quanto sia sottile il confine tra intelligence e politica. Un servizio di intelligence può raccogliere informazioni, confrontare fonti, attribuire livelli di probabilità, costruire scenari. Non può però sapere con certezza che cosa accadrà domani. Alla fine qualcuno deve trasformare quelle valutazioni in una decisione. E quella decisione appartiene alla politica.

La guerra entra in una nuova fase

Per i primi giorni gli Stati Uniti non hanno partecipato direttamente ai bombardamenti israeliani. Donald Trump ha lasciato aperta la possibilità di un intervento americano mentre la campagna israeliana proseguiva. La svolta è arrivata nella notte tra il 21 e il 22 giugno, quando gli Stati Uniti hanno colpito tre importanti siti nucleari iraniani: Fordow, Natanz e Isfahan.

L’operazione, denominata Midnight Hammer, ha impiegato bombardieri B-2 equipaggiati con bombe penetranti contro le strutture sotterranee di Fordow e Natanz, mentre missili Tomahawk hanno colpito il complesso di Isfahan. Secondo il Pentagono, oltre 125 velivoli hanno partecipato alla missione. Fordow, in particolare, era considerato il bersaglio più difficile perché il complesso di arricchimento è costruito nelle profondità di una montagna ed era ritenuto fuori dalla portata delle normali capacità di bombardamento.

L’ingresso degli Stati Uniti ha modificato radicalmente la situazione. Ora non si tratta più soltanto di un confronto diretto tra Israele e Iran: Washington ha deciso di utilizzare la propria superiorità militare per “punire” l’Iran.

Ma rimane aperta una questione: quanto sono stati realmente efficaci quei bombardamenti?

Distrutto o soltanto rallentato?

Donald Trump ha dichiarato che i siti nucleari iraniani sono stati completamente distrutti. Il Pentagono ha parlato di danni estremamente gravi. Le prime immagini satellitari hanno effettivamente mostrato crateri e distruzioni significative nelle aree colpite, mentre l’AIEA ha riferito di danni molto importanti agli impianti. Ma una prima valutazione dell’intelligence americana, resa pubblica il 24 giugno, è molto più prudente: secondo una valutazione preliminare, gli attacchi potrebbero rallentare il programma nucleare iraniano di alcuni mesi, senza però distruggerlo completamente. La Casa Bianca ha – ovviamente – contestato con forza questa interpretazione. È una differenza apparentemente tecnica, ma in realtà decisiva.

Qui emerge uno dei temi che mi interessano maggiormente quando si parla di intelligence: la differenza fra il fatto, la valutazione del fatto e la narrazione del fatto. I bombardamenti sono un fatto. Quanto abbiano distrutto è una valutazione. Come quel risultato viene presentato all’opinione pubblica è una narrazione politica. Le tre cose possono coincidere. Ma non necessariamente.

E l’uranio?

C’è poi una questione ancora più difficile. Prima degli attacchi, l’Iran disponeva di una consistente quantità di uranio arricchito, compreso materiale arricchito fino al 60%, un livello che non equivale ancora all’uranio necessario per un’arma ma comunque in grado di destare notevole preoccupazione internazionale. Dopo i bombardamenti, una delle domande principali dell’AIEA è diventata quindi che cosa sia accaduto alle scorte.

Al 25 giugno, il direttore generale dell’AIEA Rafael Grossi dichiarava che il ritorno degli ispettori nei siti iraniani era una priorità e che non era ancora possibile stabilire con certezza l’entità dei danni e la sorte del materiale nucleare. L’AIEA aveva inoltre osservato che, nonostante la gravità degli attacchi, non risultavano aumenti dei livelli di radiazione all’esterno degli impianti colpiti.

Questa incertezza è tutt’altro che secondaria. La distruzione di un edificio o di un macchinario, per quanto economicamente rilevanti, non pongono nel nulla il sapere scientifico, le competenze tecniche e la possibilità di ricostruire un’infrastruttura. E se una parte del materiale nucleare fosse stata trasferita prima degli attacchi, la questione diventerebbe ancora più complessa.

Dodici giorni

La risposta iraniana all’intervento americano è arrivata il 23 giugno, quando Teheran ha lanciato missili contro la base americana di Al Udeid, in Qatar. L’Iran aveva dato un preavviso agli Stati Uniti e l’attacco non ha provocato vittime americane. Poco dopo, Trump ha annunciato il cessate il fuoco tra Israele e Iran, entrato in vigore il 24 giugno tra reciproche accuse di violazioni.

La guerra dei dodici giorni è così terminata quasi rapidamente come era cominciata.

Ma un cessate il fuoco non equivale necessariamente alla soluzione del problema che ha generato una guerra. Israele continua a considerare il programma nucleare iraniano una minaccia strategica; l’Iran conserva capacità militari e scientifiche e ha già dimostrato di poter colpire obiettivi israeliani e statunitensi nella regione; gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere disposti a intervenire direttamente quando ritengono in gioco interessi strategici fondamentali.

E rimane soprattutto la questione che ha fatto da detonatore all’intera crisi: quale sarà il futuro del programma nucleare iraniano?

È una domanda alla quale, oggi, non possiamo ancora rispondere.

La guerra delle informazioni

Questo è l’aspetto più interessante della vicenda. Mentre i missili attraversavano il cielo, un’altra guerra si combatteva attraverso le informazioni. Quanto era stato danneggiato Fordow? Che cosa era rimasto intatto a Natanz? Dove si trovava il materiale nucleare? Quanto tempo impiegherà l’Iran a ricostruire ciò che è stato distrutto? Le valutazioni americane coincidono con quelle israeliane? Quanto delle dichiarazioni dei governi sono rivolte agli avversari e quanto, invece, alla propria opinione pubblica?

Sono domande che appartengono naturalmente al mondo dell’intelligence, ma anche alla nostra vita quotidiana. Noi vediamo la guerra attraverso immagini, dichiarazioni ufficiali, satelliti, comunicati e analisi. Raramente abbiamo accesso ai dati originali. Dobbiamo quindi affidarci a qualcuno che raccolga quelle informazioni, le interpreti e ce le restituisca. Ed è esattamente in questo passaggio che l’informazione può diventare potere.

Perché ne parliamo nel Dossier Corvo

Non perché I giorni del Corvo racconti la guerra tra Israele e Iran. Non la racconta, e non avrebbe senso costruire a posteriori improbabili corrispondenze fra la vicenda del romanzo e un avvenimento reale. Ne parlo perché questo è il tipo di mondo nel quale si muovono i miei personaggi. Un mondo nel quale le decisioni politiche dipendono dalle informazioni disponibili; nel quale l’intelligence deve distinguere il vero dal falso e il certo dal probabile; nel quale un’informazione può valere più di un’arma e nel quale gli apparati lavorano nell’ombra mentre i governi devono trasformare ciò che sanno — o credono di sapere — in decisioni pubbliche. Soprattutto, è un mondo nel quale nessuno possiede mai l’intero quadro.

È qui che comincia il Dossier Corvo.