Canto alla Sirena

La mia storia è lunga, ma semplice. Ho 34 anni. Sono stato in carcere per detenzione di armi. Tra i tanti, hanno preso me. C’era chi faceva rapine, chi ammazzava, chi trafficava droga. Tutti fascisti pronti al saluto romano, a usare le mani, quando serviva anche qualcosa di più. Io le armi le detenevo, non le usavo. Le facevo circolare. Chi le usava davvero, alla fine si è messo a fare politica, o si è speso nel giornalismo, e poi è stato eletto al Parlamento. Io invece sono finito in galera. Mi hanno condannato a cinque anni, sono diventati quattro in appello perché l’avvocato è stato bravo a opporre un errore nella quantificazione della pena. Dentro sono stato solo tre, a Regina Coeli, su via della Lungara, quant’è bella via della Lungara, stesa tra Vaticano e Trastevere. Poi mi hanno concesso “il lavoro all’aperto” e sono tornato al bar di mio padre, a San Lorenzo, un posto per comunisti. Era un’altra galera quella, forse perfino peggiore.
Sui giornali mi hanno chiamato “terrorista”, ma non mi facciano ridere. Io terrorista? Mi piacciono le armi certo. E sono di destra. Per le armi infatti ho scontato una condanna. Per le idee invece, non si dovrebbero scontare condanne. E invece si scontano, e questo a me non piace. Per niente. E allora mi sono detto, sai cosa: e proviamo a cambiarlo questo mondo che fa schifo. Proviamo a vedere se c’è modo di dare un ordine nuovo alle cose. Mi hanno risposto: e credi di poterlo fare da solo? Ho risposto sì. Mi hanno riso in faccia e avevano ragione, perché da soli no, da soli non si va da nessuna parte. Ma se ci si guarda in giro e si sa parlare alle persone giuste nei posti giusti, si può anche trovare compagnia. Questo mi ha spinto ad accettare di venire su quest’Isola. Sono venuto in Sardegna per sentirmi meno solo.

Il mio reclutatore è stato il capitano Matt Garrett della Marina Militare degli Stati Uniti. Nella cassetta delle lettere della mia casa ad Appio Latino, ho trovato un biglietto che indicava un luogo e un’ora. Non ho avuto un’esitazione, per noi erano modalità di ingaggio consolidate, e sono andato. Non sono stato sorpreso nel trovarmi di fronte un membro operativo di un esercito alleato. Alto quasi un metro e ottanta, aveva capelli e baffi rossi e vaporosi, e avrei imparato che portava sempre con sé almeno due cose: una sigaretta e una birra.
Il nostro primo incontro è avvenuto a Roma in piazza Venezia, dal lato di Madama Lucrezia. Non è durato che un paio di minuti. Mi ha annusato, e gli devo essere piaciuto. Mi ha rimandato ad altro appuntamento a Trastevere, all’osteria di Augusto, ed è arrivato subito al punto. Mi ha chiesto se ero pronto a lavorare per loro. Ho risposto di sì. Mi ha detto di preparare i bagagli, perché ero stato destinato alla Sardegna. La notizia mi ha spiazzato. Come potevo lavorare in un ambiente di cui non conoscevo assolutamente niente? Ho provato a sollevare obiezioni, ma non mi ha nemmeno ascoltato. Invece ha cominciato parlare della struttura di sicurezza di cui era responsabile, spiegandomi che il suo controllo sul mio operato sarebbe stato permanente ma non invasivo. In sostanza, mi avrebbe indicato con estrema precisone come e dove e quando fare cosa. Poi però non sarebbe mai intervenuto. Non ho fatto domande, non mi andava fare di nuovo la figura del pivello, ma mi aspettavo di avere maggiori dettagli. Lui invece ha continuato a parlare di quella che definiva operazione finale. Al momento poteva solo anticiparmi che si sarebbe trattato di una manovra militare vera e propria. E che sarebbe avvenuta a Roma.
Infine ha parlato del mio compenso, che era molto generoso e avrebbe compreso qualsiasi spesa avessi sostenuto. Mi ha messo in mano un biglietto della Tirrenia, rotta Civitavecchia-Cagliari, un mazzo di chiavi con appeso un quadrifoglio, e una mappa della città ripiegata alla dimensione di una cartolina. Poi ha ripreso la mappa, l’ha aperta sul tavolo e mi ha mostrato alcuni luoghi già contrassegnati con delle X rosse. Poi mi ha salutato, con un sorriso enigmatico. Il suo goodbye sembrava tanto un arrivederci.

Quando sono arrivato a casa quella sera, ho realizzato che nel corso del nostro incontro aveva parlato solo lui. Che non mi aveva fatto domande, e io non avevo avuto risposte. Per un momento, mi era passato per la mente che forse avrei anche potuto rifiutare quell’incarico. Non avrei potuto, naturalmente.
Era il 4 ottobre del 1969. Tra i tanti crimini che ho commesso nella mia vita, lasciare Roma in un mese così perfetto, con una luce e una temperatura così perfette, è stato forse uno dei più gravi. Ma non c’era nessuno che mi aspettava a casa la sera, non una donna, nemmeno un gatto o un cane. Quindi sono partito, col cuore più leggero.

Cagliari mi è apparsa dalle acque come una Venere di luce, dopo una notte insonne passata a girare per i ponti e le sale della nave. Nel biglietto che mi aveva dato Garrett era compresa una cabina, ma quando ho provato a mettermi a letto mi sono accorto di non riuscire a respirare da quanto era piccola e stretta. Così dopo solo una mezz’ora, l’ho lasciata e sono uscito a prendere aria. Per ore, dopo la partenza, l’orizzonte si è mantenuto luminescente, come se il Sole fosse ancora lì, da qualche parte, a rischiarare un mare privo di navi. E poi, quando ormai albeggiava, ho visto la linea scura dell’isola che sembrava chiamarmi come una sirena, e dire vieni da me, vieni e lascia che io ti avvolga. Eccomi, le ho risposto, mentre uscivo dal ventre della nave, come per una nuova nascita. Aspetto di conoscerti.
Col farsi del giorno, l’immagine si è fatta più definita, e ho visto la città adagiata sul mare, i toni arancioni dei palazzi sul porto lambiti dal riflesso dell’alba, le Torri e il Bastione, alteri e misteriosi, là dove l’abitato si aggrappa al colle. Avrei saputo dopo che i cagliaritani lo chiamano Castello, anche se un vero castello non c’è, ma ci sono palazzi dell’età regia, che rendono un’idea di nobiltà che a loro piace.
Con la mappa già un po’ sgualcita tra le mani e la mia sacca a tracolla, ho attraversato il porto e sono arrivato dalle parti del Cimitero Monumentale. Da qualche balcone ho visto sventolare bandiere rossoblù. Inizialmente ho pensato a emblemi di lotta politica, ma questa è un po’ una mia deformazione mentale. Solo quando, passando davanti a un’edicola, ho letto lo strillo che parlava della vittoria del grande Cagliari di Scopigno “il filosofo”, ho capito il perché di quelle bandiere. Le avrei viste aumentare in numero e in dimensione, perché quello, per Cagliari, sarebbe stato il campionato della leggenda, l’anno del primo scudetto della storia.
Il mio appartamento si trovava al terzo piano di uno stabile di inizio secolo, non troppo lontano da Palazzo di Giustizia. L’ambiente era tranquillo, i miei condomini tanto silenziosi da farmi domandare se ci abitasse davvero qualcuno, oltre me. Le dimensioni della città mi consentivano di andare in giro senza dare nell’occhio, e in questo muovermi tra le ombre ormai ho finito per sentirmi un’ombra anche io. Ma era giusto che fosse così.
Il mare silenzioso imponeva la sua presenza, a cominciare dalla nota salmastra dell’aria che di tanto in tanto si faceva più intensa contro gli odori della città. Passavo ore a contemplarlo. Dal Buoncammino, o lungo l’infinita spiaggia del Poetto, o ancora da angoli imprevisti sulle altezze in centro storico. A volte era talmente blu da ricordare certi dipinti di Hopper. Come un’amante ribelle, mi lusingava, mi attraeva ma alla fine mi diceva che non sarei mai appartenuto a quei luoghi. Ed era vero, ero solo un elemento del paesaggio. Passavo le giornate a confondermi tra la gente e osservare la vita che mi fluiva intorno, senza mai prendervi parte. Però cominciavo a riconoscere le vibrazioni della città, quelle positive come quelle negative. Non so di preciso quale tra le tante chiese fosse la cattedrale o quale fosse il più famoso negozio di moda e confezioni, ma conoscevo un paio di posti dove bere un bicchiere di vino, o una birra. E anche una o due trattorie dove mangiare dei piatti di pesce formidabili per due lire. Erano tutti racchiusi tra Stampace e Marina, in quelle vie strette che sembrerebbero esprimere l’essenza del luogo, e invece no. I cagliaritani sono gente di città, non gente di mare. Meglio non dire il contrario, perché sono permalosi.
Il quartiere dell’Università mi era piaciuto fin dalla prima volta, pieno di verde e di alberi alti, là dove il centro storico risaliva la collina. Era lì che trascorrevo la maggior parte del tempo, per respirare le energie dei ragazzi. Cercavo di cogliere le loro aspettative, la loro idea di futuro. Facevo domande e mi stupivo della lucidità con la quale sapevano descrivere lo stato delle cose. Quando mi sentivano parlare, riconoscevano il mio accento, che era piuttosto marcato, e si incuriosivano. Mi chiedevano che c’ero venuto a fare, se non ci fossero le università anche a Roma. Mi inventavo ogni volta una storia diversa. Che ero qui per lavoro ma stavo prendendo anche una laurea. Oppure che stavo prendendo la seconda laurea o facendo un corso. O ancora che seguivo lezioni per interesse personale ed ero disoccupato, ospite di parenti, oppure che a Roma non riuscivo a passare il tale esame ed ero venuto a cercare clemenza e sfuggire al tale professore. Poi, se voglio so essere simpatico e loro erano gente aperta, ed era facile farseli amici. Bastava non parlare male del Cagliari. In quei giorni, il Cagliari era una religione e il suo profeta, Gigi Riva, era più che Gesù Cristo. Quindi, se proprio la conversazione non ingranava, bastava dire: “E questo Cagliari?”, e subito si scatenava l’entusiasmo e si diventava tutti amici. È così che ho imparato nomi e volti di chi animava i movimenti studenteschi, e dove si riunivano di preferenza. La città è grande solo in apparenza. Con due o tre passaggi, potevi conoscere tutti.

Quel primo giorno a Cagliari, ho esplorato la casa e senza neanche svuotare la mia sacca, sono uscito alla ricerca di qualche punto di riferimento. Avevo una canzone in testa da quella mattina, ancora sulla nave. Parlava di un uomo un solo e sofferente. Di me, in pratica. Per non pensarci troppo, ho iniziato subito la presa di possesso del quartiere. Individuato il panificio, il verduraio, la piccola bottega di alimentari. Ho fatto un po’ di spesa. Da allora ho sempre avuto cura di girare molto e cambiare spesso negozio e abitudini, non volevo instaurare relazioni, né che potessero vedermi con tanta frequenza da cominciare a fare domande.
Ma un pomeriggio, dopo un lungo giro per il quartiere Sant’Elia, sono tornato verso casa e sono entrato in un bar. Aveva grandi tende verdi a fare ombra ai tavolini all’aperto e si chiamava Il rosso e il nero. Mi è sembrato un nome evocativo, per non dire un segno del destino. A breve avrei capito che lo era. Dietro il bancone ad asciugare tazzine, c’era una ragazza mora che ho pensato potesse avere vent’anni. Non ho mai creduto all’amore a prima vista e forse più in generale non ho mai creduto all’amore, ma so riconoscere la bellezza, e Dio se lei era bella.
Ho chiesto un caffè, cercando di mantenermi misurato ed evitare di guardarla. Ma quando mi dava le spalle, mentre armeggiava con la miscela e il portafiltro, non mi è riuscito di trattenermi e ho seguito la linea del suo collo sottile e i suoi capelli scuri, raccolti in una lunga treccia. Lei se n’è accorta, guardandomi a sua volta nel riflesso delle cromature. Ha posato la tazzina del caffè sul banco con un lieve tintinnio del cucchiaino, e mi ha avvicinato la zuccheriera. Non ha detto una parola, e ha continuato a lavorare, seria e sfuggente. Poi d’improvviso dal brusio di fondo del locale è emersa la voce del telegiornale. Tutti all’unisono si sono voltati verso la televisione posizionata su uno scaffale alto, ben in vista.
“Terza vittoria consecutiva del Cagliari che ha battuto la Lazio per 1-0 all’Amsicora. Non è stata decisamente una bella partita, con gioco frammentario e privo di grosse emozioni da ambo le parti. Assenti per il Cagliari Nenè e Riva…”.
Mi sono guardato intorno, unico a non seguire le immagini che andavano in onda. Erano tutti persi con lo sguardo e con il pensiero, anche la ragazza che sorrideva solare, mettendo in mostra una fila di denti come perle. Appena finito il servizio del telegiornale, il bar si è animato di un entusiasmo che prima non aveva. Tutti avevano qualcosa da commentare, ed erano felici, compiaciuti. La ragazza ha ripreso a fare caffè e lavare tazzine con il sorriso. Mentre pagavo, ho pensato che non avrei potuto evitare di tornare.

La struttura per cui lavoravo aveva radici antiche. Già nel 1948 il Governo italiano aveva pensato alla necessità di uno strumento in grado di far fronte all’eventualità di un’insurrezione comunista, prevedendo un sistema di controllo e l’attribuzione di poteri straordinari a figure denominate ufficiosamente “prefetti”, pronte a prendere il potere in presenza di eventi considerati avversi. La funzionalità di queste prefetture speciali si sarebbe attivata solo se da Roma fossero arrivati segnali di stato di necessità. Ovvero se si fossero interrotte le comunicazioni a causa di un’insurrezione.
Il pericolo dell’ascesa al potere da parte delle sinistre ha ripreso corpo negli anni Sessanta, e ha indotto i vertici NATO, a provare ad arginare il fenomeno con contromisure adeguate. Assodato che la strada del colpo di stato sarebbe stata difficilmente praticabile, si è deciso di utilizzare servizi paralleli, come il nostro, per mettere in atto manovre di destabilizzazione. Queste le basi teoriche di quella che un giornalista inglese dell’Observer, tale Leslie Finer aveva definito “strategia della tensione”. In quello che noi facevamo non c’era niente di legittimo, legale, e ortodosso per uno stato che si volesse dire “di diritto”. Per questa ragione la struttura veniva tenuta nascosta dietro un livello di segretezza di carattere militare, e le operazioni mistificate grazie a una scivolosa propaganda fatta di depistaggi, bugie, reticenze, omissioni, che in sede processuale si traducevano in una surreale sequenza di condanne e assoluzioni incrociate.
Il progetto, beninteso, non doveva portare alla caduta della democrazia, ma a rovesciare la responsabilità di gravi fatti di sangue sulla sinistra per distruggerne l’immagine agli occhi dell’elettorato. Purtroppo però, la confusione che si voleva generare nell’opinione pubblica aveva finito per contaminare anche noi. Io stesso trovavo volte difficile interpretare corrispondenze e contrasti, individuare autori e scopi, districarmi tra i burattinai e le marionette. Per esempio, ero dovuto arrivare fino a qui, per scoprire la ragione per cui vi ero stato mandato.

Il giorno dopo mi preparavo a tornare al Bar Il Rosso e il Nero per fare colazione, quando ho trovato sotto la porta del mio appartamento una busta chiusa con una nuova convocazione. Ho controllato sulla mappa dove si trovasse il luogo dell’appuntamento, ho calcolato le distanze e stimato di avere tempo.
Sono entrato nel Bar emozionato come un adolescente, ma dietro il bancone, molto più affollato del giorno precedente, c’era solo un signore baffuto, in camicia bianca candida, farfallino e grembiule, che si adoperava con manualità consumata a preparare caffè e cappuccini, e servire paste assortite e pizzette di sfoglia. Quando è stato il mio turno, e mi sono trovato davanti a lui, mi ha guardato interrogativo e al mio silenzio ha chiesto cortese: “Cosa le preparo?”
Ho chiesto un caffè macchiato. Avrei voluto chiedere come mai non c’era la ragazza.
“Gradisce anche una pasta?”
“Sì grazie”. Ho indicato un dolce oltre il vetro. Sembrava un panino al latte farcito di crema e alchermes.
“Una mezza pesca per il signore, ecco a lei” mi ha detto acchiappandola con una pinza da dolci e posandola su un piattino con un piccolo centrino di carta.
Era buonissima. Mentre la assaporavo, ho notato dettagli che il giorno prima mi erano del tutto sfuggiti, come la foto di un calciatore di nome Luigi Riva, in divisa bianca col pallone sotto braccio, incorniciata come un santo patrono accanto al crocifisso. Mi accingevo a pagare, quando una voce che proveniva da un ambiente sul retro ha congelato i miei movimenti. L’ho vista arrivare, con una cuffietta sulla testa che le tratteneva i capelli, un grembiule bianco e tra le mani una grande teglia tenuta saldamente con due pezze di stoffa. Erano mezze pesche come quella che stavo mangiando, che arrivavano calde dal forno e appena farcite.
“Papà” ha detto all’indirizzo dell’uomo che mi aveva servito. “Le sistemi tu? Devo sfornare le altre”. Ha posato la teglia sul bancone, mi ha guardato, poi è andata via. Mi aveva riconosciuto? Poteva ricordarsi di me? Ho preso un’altra mezza pesca, affamato e felice al pensiero che l’avesse preparata lei, con le sue mani.

Il luogo indicato per l’appuntamento era una certa piazza Jenne, e sono riuscito ad essere puntuale. C’era un mercato con bancarelle di verdura e frutta fresca, e tante persone con buste e carrelli impegnate negli acquisti. Mi sono fermato a ridosso di una statua dedicata a qualcuno dei Savoia, provando a indovinare tra la folla il volto dell’uomo che sarebbe venuto a incontrarmi. Dopo nemmeno cinque minuti, mi sono trovato davanti Garrett, per una volta senza la sua birra.
“Allora ti piace Cagliari?” mi ha chiesto.
“Mi piace, sì. Mi piace” ho detto, e non pensavo a Cagliari, pensavo alla ragazza del Bar, ai suoi occhi come due perle d’ebano e quei denti piccoli e bianchissimi.
“Sei sistemato? Sei a posto?”
Sembrava premuroso ma ero certo che non gliene fregasse niente che io fossi sistemato. Credo fosse piuttosto il suo modo di tradurre le formule di cortesia americane anche in italiano.
“Andiamo a bere una birra, c’mon” mi ha detto e mi ha portato a un piccolo bar su un’altra piazzetta nascosta.
Con le nostre birre, ci siamo seduti fuori, su una panchina. Potevamo sembrare due amici in un momento di relax. Attorno a noi si muoveva la città in un novembre che proprio non ce la faceva a sembrare autunno inoltrato.
“Io vengo dal New England e noi la chiameremmo estate Indiana, qui invece è la norma. Novembre può essere caldo come settembre. Si va al mare, si sta in maglietta e si beve birra ghiacciata” disse facendo il cenno di salute con la sua bottiglia, che aveva la bandiera della Sardegna stampigliata sull’etichetta e un nome esotico. Ha ripreso: “Forse sai che il SID, che poi è sempre il SIFAR con un nome diverso, ha il suo ufficio R, che sta per ricerche. Forse sai anche che qui vicino c’è una base NATO”.
Assentivo, anche se non sempre sapevo, ma tanto avevo già capito, dovevo soltanto ascoltare e memorizzare.
“Forse quello che non sai è che abbiamo un centro di addestramento segreto per civili, in piena attività. Nel 1963, siamo riusciti a farci finanziare dallo Stato l’acquisto di oltre trenta ettari sul mare, poi ci siamo ulteriormente ampliati. Su indicazione della CIA la base ha ospitato inizialmente un corso guastatori militare. Quasi subito dopo è stata aperta anche all’addestramento dei civili. Adesso c’è anche una pista per ultraleggeri ed elicotteri e un attracco a un molo molto ben riparato, dal vento e dalla vista, con tunnel di collegamento e ampi ambienti sotterranei. Dall’Italia gli allievi arrivano a Decimomannu. Da lì, in elicotteri senza finestrini, vengono trasportati al campo, inaccessibile da terra. I corsi più importanti sono chiamati in gergo quinta scuola o informazione-disinformazione e sono dedicati a chi si mostra più sveglio e recettivo. Non bisogna essere Einstein ma serve un po’ di cervello, quello sì. Gli altri invece sono semplici addestramenti alla guerriglia e al sabotaggio. Finito il periodo di formazione, vengono rispediti al luogo d’origine con due dotazioni in più: la competenza acquisita, e lo strumento sul quale si sono maggiormente esercitati, che può essere esplosivo, un’arma, e così via. Una volta ricollocati nella loro città di provenienza, sono collegati a un gruppo di riferimento, ed è loro richiesta reperibilità incondizionata. Sono tenuti al segreto assoluto circa l’addestramento e l’esistenza della rete. Con i vari turni di corsi, e in vari campi che abbiamo sparsi per l’Italia, abbiamo formato una lunga lista di persone da utilizzare in caso di necessità.”
Ho pensato in quel momento che la storia d’Italia sarebbe stata scritta da una sorta di servizio segreto per metà straniero, che sfruttava basi comprate con i soldi dello Stato, cioè con il denaro dei cittadini, per addestrare altri cittadini a sovvertire le istituzioni. Un bel paradosso non c’è che dire.
“Mi servono i tuoi occhi. Ho bisogno che tu veda quello che non si vede. E stai in ascolto. Non ti deve sfuggire il minimo movimento. Tra poco cominceranno i fuochi d’artificio e quel che resta dell’autunno sarà caldo. Ci dobbiamo preparare a quello che verrà, il prossimo anno. Te ne ho già parlato no?”
“Sì, me ne ha già parlato” ho risposto, ma non ho che una vaga idea di cosa sarà. A questo punto, certamente, un colpo di stato, ho pensato ma non l’ho detto. Comunque, voleva soltanto che tenessi occhi e orecchie bene aperti. Evidentemente avevano paura di essere traditi. A volte mi domando come hanno fatto a fidarsi tanto di me.

Mi sono messo al lavoro, secondo istruzioni. Ho osservato, dalla mia posizione privilegiata di romano a Cagliari. Sgusciavo indifferente e senza dare nell’occhio. Da solo al bar, allo stadio o a leggere il giornale al parco. In giro per i grandi magazzini, come per il mercato del pesce, sui moli del porto e alla Rinascente. Ho girato gli ambienti “bene” e quelli vicini alla criminalità. I ristoranti quotati, come le bettole di periferia. Ho conosciuto persone, ascoltato discorsi, udito chiaro il grido di aiuto di questa terra che si considera da sempre altro dal resto d’Italia. Mi sono documentato, ho letto e studiato. Ho provato a capire le ragioni profonde del loro sentirsi in credito con la storia e se qualcosa legittimi la loro rabbia. Li avevano illusi che all’indomani del boom economico, l’industria sarebbe stata davvero la strada da percorrere per guardare al futuro con speranza. Ci hanno creduto, purtroppo. E non riuscivano a vedere la bellezza della loro terra; a rendersi conto che la più grande delle ricchezze l’avevano avuta in dono da Dio, per il semplice fatto di esservi nati.
Di quello che avveniva al centro di addestramento lungo la costa nessuno sembrava avere percezione. Era come non esistesse, e questo era un bene, per loro, per la struttura e anche per me.
Ho instaurato relazioni di coordinamento e raccordo con i miei omologhi operativi nelle altre cellule sul territorio italiano. Le comunicazioni avvenivano sempre da telefono pubblico in orari concordati e differenti. Ci si aggiornava sul progresso delle operazioni, e ci si scambiavano informazioni utili per quando si fosse passati alla fase operativa. Non scrivevo mai niente, ma avevo un’ottima memoria, e relazionavo a Garrett in incontri che venivano fissati a cadenze predefinite.
Non avevo smesso di frequentare Il Rosso e il Nero, anzi, violando il mio personale codice etico, sono diventato un cliente fisso. Ci è voluto del tempo per sciogliere le diffidenze, della ragazza e di suo padre. Più della ragazza, a dirla tutta. Tutti i giorni, facevo colazione da loro, e poi tornavo a sera.
Ero lì il 12 dicembre quando le trasmissioni del primo canale sono state interrotte per un’edizione speciale del telegiornale. Un brivido mi è sceso lungo la schiena. Sapevo che stava per succedere, ma non sapevo quando né dove. Con immagini impietose di corpi dilaniati, hanno annunciato l’esplosione di una bomba alla Sede Nazionale della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano e il ritrovamento di un’altra bomba inesplosa alla Banca Commerciale. Altri tre ordigni erano stati trovati a Roma. Ho guardato le espressioni sui volti delle persone che erano lì con me. La ragazza dietro al bancone, di profilo, voltata verso la televisione, ha portato una mano alle labbra in un gesto così indifeso che avrei pianto. Non per la bomba ma per quello che stava provocando in lei quella visione.
Quando ha chiuso il locale siamo andati via insieme. Era scossa. Continuava a ripetere: perché succedono queste cose? Perché tante vite innocenti? D’un tratto mi ha preso per un braccio e mi ha detto: “Potevamo essere noi, sai? Potevamo essere noi… Potevo essere io… o tu”
Era la prima volta che mi toccava. Non so cosa abbia visto nel mio sguardo, ma ha continuato a fissarmi, forse aspettava da me una risposta, è scoppiata a piangere. I suoi occhi vibranti emozione, come un battesimo. L’ho abbracciata. L’ho baciata. L’ho portata nella mia casa, e nel mio letto. Ho capito di essermi innamorato.

Questo inevitabilmente ha complicato di molto le cose. Perché rischiavo di mettere lei avanti al resto. Perché ero distratto dalla mia missione, che fino ad allora mi aveva assorbito in maniera esclusiva e totale. Perché lei ha cominciato a farmi domande e voler sapere di più di me e della mia vita.
Il mio incarico si andava ridisegnando alla luce delle mutate esigenze. La strage di Milano nelle intenzioni degli organizzatori avrebbe dovuto innescare una precisa reazione a livello istituzionale. Ma contrariamente a quanto ci si attendeva, il Presidente del Consiglio non aveva proclamato lo stato d’emergenza, antecedente necessario all’instaurazione di un regime autoritario. Si meditava pertanto un eclatante gesto di potenza militare per dimostrare che la struttura poteva essere più forte dello Stato.
Il 13 febbraio sono venuto a sapere da mie fonti dirette di un attentato in fase di preparazione da parte di una cellula nel nord Italia. Temevo sarebbe successo, c’era troppo fermento, e molti accusavano nemmeno tanto velatamente la struttura di eccessivo immobilismo. Ed era prevedibile. Non si possono addestrare degli esaltati e sperare che se ne rimangano zitti e buoni in attesa di eventi che potrebbero anche non verificarsi mai. E se qualcuno di loro avesse osato lanciarsi in un’operazione non autorizzata, sarebbe stato un incendio. Ne sarebbero partite altre a catena, ovunque, con conseguenze tragiche e non prevedibili.
Come da accordi ho immediatamente chiesto a Garrett un incontro. Ho indicato i casotti del Poetto per le 12 dell’indomani. Lei era al lavoro e non avrei dovuto dare quelle spiegazioni che ormai mi chiedeva sistematicamente, e con sempre maggiore insistenza.
Sono arrivato con il filobus con un’ora di anticipo, ma era domenica e le corse erano ridotte, non volevo rischiare di tardare. Ho passeggiato da solo tra le file ordinate di costruzioni in legno verniciato, ciascuna di un colore diverso, dove i cagliaritani si spostavano in villeggiatura per l’estate fin da prima della guerra, quando non erano nemmeno servite da luce e acqua. Venivo qui spesso con lei in questa stagione, e mi sembrava un luogo metafisico, forse perché mi ricordava certe litografie di De Chirico, con strane piscine oblunghe fatte di parquet e alcuni dei suoi soliti giochi prospettici, liquidi e geometrici a disegnare onde di fisicità alternative. E davanti, sempre lui. Il mare. A ribadire, casomai non fosse chiaro, che per mezzo di lui bisognava passare, se si voleva lasciare questo luogo. Lui che mi lasciava stupito e stranito, che mi parlava di vita e di morte, che mi attraeva e mi respingeva, che mi tentava e mi spaventava.
Garrett mi ha raggiunto camminando come un cowboy lungo una delle passatoie di legno. Era in borghese e indossava grandi occhiali a specchio da aviatore. Abbiamo camminato un po’ tra i casotti, poi ci siamo fermati. Qualcuno aveva portato anche qui una bandiera del Cagliari. Solitaria, si muoveva al vento come a invocare il favore degli Dei del calcio. Lui fumava, e guardava la Sella del Diavolo come non la vedesse davvero. Gli ho spiegato il motivo per cui avevo voluto vederlo, fornendogli elementi dettagliati. Garrett ha detto che era inevitabile. Che la rete aveva maglie strette, ma c’erano molte falle, e tutti lo sapevamo. Soprattutto, c’erano molte teste calde (lo ha detto in americano) che si sentivano chiamate a combattere una guerra santa, e che con tipi come quelli era difficile fare un ragionamento. Del resto, era il materiale umano su cui potevamo contare. L’unico, sui cui avremmo potuto sperare di contare. Come a dire. Se non fossero stati dei pazzi fanatici non li avremmo avuti con noi. A parte questo, non ha tradito emozione. Solo quando ci stavamo separando mi ha detto: “Ti contatterà un certo Johnny. Senti cosa ha da dire”.
In seguito sono venuto a sapere che non aveva informato le Autorità italiane, come avrebbe dovuto fare, dato il suo ruolo di ufficiale di un servizio di sicurezza militare di un paese alleato. E questo me lo aspettavo. Quel che non mi aspettavo è che pur non ordinando di annullare l’operazione, aveva imposto di ridurre la portata dell’attentato a una semplice azione intimidatoria. La domenica successiva alla radio ho sentito che in una sala dell’Ufficio dell’Istruzione di Milano, era stato ritrovato un ordigno inesploso, formato da un tubo metallico filettato riempito di gelignite rossa. Per fugare ogni dubbio su chi ne fosse responsabile, mi è bastato sapere che il sistema di innesco era formato da un orologio Ruhla, e da un detonatore con polvere nera. L’utilizzo di orologi di marca Ruhla era una considerata una “firma” della struttura, trattandosi di orologi di prezzo popolare, di produzione tedesca. Era poi stato chiuso in una scatola di cartone di Shampoo Palmolive, e abbandonato in un angolo in maniera casuale. Altro dettaglio perfettamente in linea con le istruzioni che venivano diramate attraverso la rete informativa. Ci era stato spiegato che nel caso in cui avessimo dovuto lasciare un dispositivo esplosivo al chiuso in un luogo frequentato, come l’università, una stazione o un ufficio pubblico, avremmo dovuti utilizzare contenitori che dessero l’idea di un oggetto comune dimenticato. Sui treni erano stati usati finti pacchi postali. In un’occasione, all’Università, fu scavato l’interno di un libro.
Di fatto, in questo caso, l’innesco non era stato collegato a dovere. La potenziale vittima era un giudice che si stava occupando dell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana, recatosi all’Ufficio dell’Istruzione proprio in quei giorni.

Lei è arrivata a casa finito il turno del pomeriggio, verso le tre. Mi ha detto: “Hai sentito? Stavano per farlo ancora. Succederà anche qui da noi, prima o poi. Succederà vedrai”. Di nuovo è scoppiata in un pianto dirotto. Non sopportavo vederla piangere, non per queste cose, di cui mi sentivo in qualche modo responsabile. Le ho accarezzato i capelli, e il viso. “Non succederà, stai tranquilla”
“Che ne sai tu?” mi ha risposto.
“Lo so e basta. Fidati di me” le ho detto. L’ho presa per mano e portata in camera da letto. Era sempre molto docile e si affidava a me in un modo che acuiva la nostra differenza di età e mi faceva sentire Dio. Mi ero leggermente assopito contro il suo corpo così soffice, quando si è alzata ed è andata ad aumentare il volume della radio ancora accesa. “Oh no” ha detto. Sembrava di nuovo affranta.
“Cos’è successo?” le ho chiesto, completamente sveglio, temendo che avessero combinato qualcosa di grave.
“Il Cagliari ha perso. Giocava a Milano con l’Inter. Abbiamo la Juventus a un punto adesso” ha aggiunto. E di nuovo aveva gli occhi grandi e spaventati.
“E che sarà mai, vieni qua” le ho detto, attraendola a me.
Si è voltata e adesso il suo sguardo era acceso di rabbia. “Che sarà mai? Potrebbero superarci. Ci prenderanno lo scudetto! Anche quest’anno…” ha risposto.
“A parte che deve ancora succedere… e poi se non sarà quest’anno sarà per il prossimo no? La squadra è forte” le ho detto. Sono stato superficiale. Avrei dovuto sapere… proprio io, che mi davo arie di attento conoscitore della psicologia umana.
“Tu non hai capito niente!” mi ha detto guardandomi con occhi fiammeggianti. “Questo scudetto per noi vuol dire tutto. Non sono partite di calcio, se ancora non l’avessi capito. Qui c’è in gioco molto altro. La nostra identità, il rispetto che gli altri ci devono e non ci portano. Il sentirci parte dell’Italia, di quel continente da cui tu arrivi che ci considera poco più che servi e pastori, banditi o rapitori e comunque terra di conquista, da sfruttare a piacimento. Tanto siamo poveri! Ti sei accorto di quanto siamo poveri? Di quanto non abbiano fatto altro che prenderci in giro? Abbiamo bisogno di qualcosa in cui sperare di nuovo!”
Aveva parlato con tale intensità che d’improvviso ero io a sentirmi un bambino e lei una donna adulta, determinata, appassionata. Non potevo risponderle con parole. Avrei potuto provare a farle vedere le cose in maniera diversa, ma avrebbe avuto comunque ragione perché i sentimenti non sono mai giusti o sbagliati.
Ho provato a prenderle la mano, ma lei l’ha ritratta bruscamente, sussurrando “Non mi toccare. Non mi toccare. A domani”. Si è alzata, si è rivestita ed è andata via. In quel momento ho pensato che nella mia vita non avevo mai tenuto a niente quanto lei sembrava tenere a questa emozione. L’ho invidiata profondamente. Ho avuto l’istinto di correrle dietro giù per le scale, ma non l’ho fatto.

Come preannunciato da Garrett, due giorni dopo, sono stato contattato da un agente del SID che lavorava al campo di addestramento. Era toscano e si faceva chiamare Johnny. Abbiamo camminato dalla Stazione fino a un posto che cucinava solo pesce in Sant’Avendrace. Per tutto il tragitto Johnny si è lamentato del fatto che tutte le organizzazioni di destra in Italia si fossero lasciate strumentalizzare dalle forze del potere, fin dal 1964, all’epoca del tentativo di golpe del generale DeLorenzo, che ha definito con termini irriguardosi anche se era al momento il suo comandante in capo. Ha poi tenuto a precisare che lui era un “formatore” e anche un ideologo, e che stava scrivendo la Costituzione fascista che sarebbe entrata in vigore subito dopo l’operazione finale. Arrivati al ristorante, ho dovuto aspettare che ci portassero da mangiare perché mi spiegasse le vere ragioni di quell’incontro. Cominciavo a perdere la pazienza, non vedevo la ragazza da quando era andata via da casa mia e in quel momento, forse perché avevo bevuto troppo vino a stomaco vuoto, forse perché il suo accento toscano mi esasperava, bruciavo dalla voglia di correre da lei e sistemare le cose.
“Stiamo cominciando a radunare dell’esplosivo. Ce ne servirà in quantità grossa, capisci bene che non possiamo arrivare all’operazione finale con le fionde e le pistole ad acqua”. Beveva rumorosamente attingendo dalla terza caraffa di vino della casa, era decisamente alticcio anche lui. Mi ha detto che il suo gruppo aveva recuperato delle mine anticarro, residuati dell’ultima guerra, e aveva bisogno di un aiuto tecnico per smontarle, cioè aprirne l’involucro di metallo e disinnescarle. Gli ho risposto che mi intendevo di armi, non di esplosivi e che comunque un’operazione del genere non rientrava nelle mie competenze. Mi ha guardato un po’ contrariato, come se l’ipotesi di un mio rifiuto non fosse contemplata, e forse aveva ragione, non avrei dovuto dire di no, ma continuavo a pensare a lei e comunque era vero che non mi intendevo di esplosivo.
“Stanno recuperando materiale buono. Hanno mandato subacquei a prenderlo là dove non si deteriora mai, in alcuni laghetti in Veneto e anche in mare vicino a Venezia. Una volta raggiunta la quantità stimata necessaria, dovremo smistarli. Almeno per questo sarai disponibile spero…”
Ho risposto che sì, per questo sarei stato disponibile, ma mi sono pentito già mentre lo dicevo, per una sorta di cattivo presagio.
“È giunto il momento di colpire, ma non come a Milano, che è stato un buco nell’acqua. Bisogna andare dritti su banche, prefetture, questure, uffici dell’Agenzia delle Entrate, e sempre con i dipendenti dentro, per causare il numero più alto possibile di morti e feriti; assassinare esponenti politici di vari schieramenti; diffondere il terrore sui treni, nelle stazioni e in tutti i luoghi di aggregazione pubblica. E senza mai tradire la matrice politica degli attentati, né rivendicarli. Solo allora potremo proporci al popolo bue come i salvatori della patria… gli unici in grado di riportare ordine e disciplina in questo paese.” Parlava e continuava a mangiare, come niente fosse. Io sentivo aumentare il senso di nausea e ho spinto via il mio piatto di cozze. “Per esempio, si potrebbe pensare a un’azione simultanea per colpire lo stesso giorno, magari nello stesso momento Roma, Milano e Firenze e perché no, anche qui a Cagliari, dove si sentono tanto tranquilli, questi scemi, per creare un’autentica condizione di terrore… due bombette in una banca non arrivano nemmeno in prima pagina sui giornali”. Quando gli ho sentito parlare di Cagliari mi si sono drizzati i peli sulle braccia. Ho pensato a quante volte lei mi avesse detto di avere paura, che prima o poi sarebbe toccata anche alla sua città, anche a noi. Ho pensato a quante volte l’avevo rassicurata dicendo che no, qui non sarebbe mai successo. E adesso questo pazzo criminale parlava di Cagliari “dove si sentono tanto tranquilli, questi scemi”. Sono tornato da lei quasi di corsa. Continuavo a sentire le parole di quell’uomo. Continuavo a pensare che l’avevo definito nella mia mente pazzo criminale. Cosa mi stava succedendo, se non riuscivo più a vedere che ero pazzo e criminale tanto quanto lui?

Garrett mi ha convocato qualche giorno dopo. L’ho raggiunto a Calamosca, nei pressi della base militare, dove gestiva uno dei suoi soliti traffici, questa volta si trattava di sottomarini nucleari. Johnny il Toscano doveva essere un elemento più importante di quanto credessi e pare si fosse lamentato della mia poca disponibilità. Garrett ha ascoltato le mie giustificazioni, piuttosto deboli a dire il vero, ma capivo che aveva dell’altro in mente che non farmi una lavata di capo e infatti poi è passato oltre. Ha detto che quell’esplosivo doveva essere collocato e aveva bisogno di aiuto logistico. Avrei dovuto collaborare alla redazione di una mappa per predisporre, in punti strategici sul territorio, i nascondigli per le scorte di prima dotazione dei Nuclei di intervento Armato. Per fare questo mi aveva portato un faldone di mappe topografiche militari che coprivano tutto il territorio italiano. Mi sono messo al lavoro con dedizione, anche per compensare il rifiuto che avevo opposto al toscano. Ho approntato la rete dei “Nasco”, come li chiamavamo in gergo, in meno di un mese. Alla fine erano 139, dislocati secondo criteri rigorosi, in quasi tutte le regioni italiane. Erano nascondigli sotterranei, creati in prossimità di strutture stabili e facilmente identificabili, come fontane, chiese di campagna, edifici in rovina, statue, cimiteri. I Nuclei hanno cominciato fin da subito a colonizzarli, accumulandovi munizioni, armi bianche di vario genere, fucili di precisione, esplosivi, e dotazioni logistiche funzionali alla lotta armata. Sapevo che grandi movimenti erano in atto sulla penisola, e che non poteva mancare molto alla cosiddetta operazione finale, ma speravo vivamente che la mia scelta di non collocare nemmeno un Nasco in Sardegna avrebbe assicurato una sorta di immunità all’intera regione. In fondo c’era sempre il mare a separarla dal resto, e non era poco.

La sera del 15 marzo lei era a casa da me, avevamo scelto di festeggiare a casa il risultato del Cagliari, che era solo un 2 a 2 (con due gol di Gigi Riva), ma rimediato contro la diretta antagonista, la Juventus. Lo scudetto era davvero a portata di mano e in città l’ottimismo si respirava per le strade. Avevo preso una bottiglia di un buon vino rosso e stavamo per brindare, mentre fuori c’era un finimondo di tifosi e trombe e clacson e inni per il grande Cagliari di Scopigno, quando abbiamo sentito suonare il campanello. Evenienza davvero insolita, considerato che – a parte lei e Garrett – nessuno sapeva dove io abitassi. Ho pensato allo scherzo di qualche ragazzino festante, e ignorato la cosa. Ma poco dopo, hanno suonato ancora, con maggiore insistenza. Ho chiesto chi fosse e sentito l’inconfondibile voce di Johnny che mi intimava di aprirgli. Il mio cuore ha perso un battito. Mi sono voltato per capire dove si trovasse lei, non vedendola sono uscito sul pianerottolo, tenendo la porta praticamente chiusa. Gli ho detto: “Cosa vuoi? Perché sei venuto qui?”. Lui non sembrava più sobrio dell’ultima volta in cui l’avevo visto, e mi ha risposto: “Ho una cosa per te”.
Appena entrato a casa ho notato il borsone che si portava dietro. Lo ha posato sul tavolo senza che nessuno lo avesse autorizzato a farlo, lo ha aperto e ha tirato fuori due pacchetti involti in semplice carta da pacchi. Ha aperto il primo e mi ha detto essere mezzo chilo di acido picrico. Abbastanza per fare un bel botto ha aggiunto ridendo. Quanto l’ho detestato in quel momento. Mi ha detto che dovevo stare molto attento a non avvicinarlo mai a fonti di calore, fosse pure una lampadina. Poi ha aperto il secondo pacco. Era una mina anticarro tedesca, lunga oltre sessanta centimetri. Conteneva un paio di chili di tritolo. Ha aperto l’involucro di metallo, e ha estratto quello che ha definito “formaggio” come lo chiamavano in gergo per via del colore. Lo ha diviso in piccoli cilindri usando un seghetto che aveva con sé in borsa e li ha riavvolti singolarmente in altra carta da pacchi. Poi ha richiuso la borsa, e ha aggiunto che lo avrei dovuto portare a Roma con me al mio rientro. E quando ho obiettato che non avevo in programma di tornare a Roma a breve termine, mi ha detto che c’era l’approvazione di Garrett, anzi che era stato proprio Garrett a mandarlo da me quella sera e che presto avrei avuto direttive circa la mia nuova destinazione.
Sono riuscito a farlo andare via, insistendo sulla questione della segretezza, e nonostante continuasse a dirmi che aveva approfittato della gran confusione in città, che nessuno lo aveva visto e che non dovevo preoccuparmi. Fosse stato per lui sarebbe rimasto ancora, magari a parlare di stragi e assassinii e popolo bue come l’altra volta. Quando mi sono richiuso la porta alle spalle, ho visto sul tavolo quell’inquietante borsone rosso e grigio. Ho pensato di nasconderlo, ma mi dava fastidio perfino toccarlo. L’ho posato con cautela dietro alla tenda del ripostiglio, e poi, con lo stomaco chiuso e trovando a fatica la forza per farlo, sono andato nell’altra stanza.
Lei era in piedi accanto alla finestra, da cui si vedeva ancora il corteo dei tifosi esultanti. Non si è voltata a guardarmi fino a che non le ho sfiorato la spalla. Per un attimo ho sperato non avesse sentito niente, o non avesse capito le cose di cui aveva parlato Johnny, e mi stesse aspettando. Quando ho visto il suo viso però, ho capito che mi ero illuso. Aveva sentito e capito ogni cosa. Era come trasfigurata. Il suo sguardo rifletteva orrore puro. Io le facevo orrore. Non ha detto niente. Ha preso le sue cose in fretta, anche quelle che lasciava sempre a casa da me, le ha messe in una busta della spesa, ed è andata via senza una parola, senza piangere, senza insultarmi. Quando non c’era più ho visto la nostra bottiglia di vino appena aperta, accanto ai due bicchieri, sul comodino. Non sono riuscito a piangere, ma avrei tanto voluto.

Nelle settimane successive, Johnny mi ha portato altri quattro o cinque ordigni simili al primo, e l’ultima volta anche una nuova borsa tipo quarantottore dove tenerli. Il 10 aprile è stato di nuovo Garrett a convocarmi. Mi ha chiesto di raggiungerlo a Giurisprudenza, dove doveva incontrare un giudice di Cassazione che era lì per una conferenza. Mi ha detto che il lavoro dei Nasco era stato molto apprezzato a tutti i livelli e che il programma procedeva a marce serrate verso l’operazione finale, che si sarebbe tenuta entro l’anno, probabilmente in agosto. Per la prima volta però l’ho visto poco convinto, mentre mi ha spiegava come si andava sviluppando il piano d’azione.
Junio Valerio Borghese, detto “il principe nero” e già noto per essere stato il comandante della X flottiglia Mas, sarebbe stato a capo di un’operazione paramilitare denominata Tora Tora, in omaggio all’attacco di Pearl Harbour. Il fine ultimo era il sovvertimento dello Stato. Erano già state scritte le norme del nuovo ordinamento, che avrebbe escluso i partiti da ogni partecipazione all’attività del governo. Borghese aveva l’appoggio di alti ambienti economici e militari, e si stava introducendo anche tra le fila della criminalità organizzata del Sud Italia.
Ho chiesto cosa ne pensavano loro, riferendomi agli americani, e che ruolo avrebbero avuto. Mi ha risposto che avevano posto delle condizioni molto rigide. Tra queste, che nessuno di loro – civile o militare – fosse mai coinvolto; che il nuovo Governo fosse presieduto da un politico appartenente a un partito preciso e che godesse della fiducia incondizionata degli Stati Uniti, e che fossero indette in tempi rapidi nuove elezioni, cui non avrebbero partecipato liste afferenti alla sinistra.
Ho chiesto se si sarebbe svolto in maniera cruenta. Mi ha risposto che non credeva sarebbe stato necessario fare uso della violenza. Che i primi obiettivi sarebbero stati il Ministero degli Interni e quello della Difesa, fondamentali per la prosecuzione dell’azione, e si sarebbero occupate le compagnie elettriche e telefoniche, e la sede della RAI. Nella visione di Borghese, alcune squadre avrebbero reso inagibili le vie di collegamento con Roma, mentre altre avrebbero occupato il Ministero degli Esteri. Il giorno successivo, si sarebbe proceduto ai rastrellamenti delle persone pericolose, e le avrebbero allontanate a mezzo di navi pronte a salpare da Civitavecchia. Mi ha detto che molti particolari erano in corso di definizione, ma che tutte le energie sarebbero state richiamate, per formare un esercito di almeno cinquemila unità. A questo proposito, ha aggiunto che il corso di addestramento era giunto al termine e che il mio incarico in Sardegna poteva considerarsi concluso. Quindi, prendendomi il tempo necessario per riordinare o cancellare le mie tracce, potevo tornare a Roma. Era arrivato il momento di dire addio.

Non ero più tornato al Bar da quando lei era andata via da casa, quella sera. Mi sono chiesto tante volte se mi avrebbe denunciato e più di una volta ho creduto di sentire la polizia salire al mio appartamento nel corso della notte o di sentirmi afferrare per essere portato in prigione mentre camminavo per la strada. Era il giorno che lei e tutti loro avevano aspettato tanto, ma io riuscivo a solo a pensare al modo in cui l’avevo persa, e che qualcuno avrebbe preso il mio posto nella sua vita, nel suo letto, e mi era intollerabile.
La città si andava tingendo di rossoblù e una gioia smisurata era pronta ad esplodere. Il primo boato che riecheggiò nelle strade e tra i palazzi, giunse grazie al solito gol di Gigi Riva. Il secondo con il vantaggio della Lazio a Roma contro la Juventus. Il Cagliari aveva vinto lo scudetto con due giornate d’anticipo e per l’Isola si avverava un miracolo che avrebbe potuto rappresentare un cambiamento epocale. Si aspettavano tantissimo: rispetto, anzitutto, come lei mi aveva detto. E poi una rinnovata considerazione, e stima, perfino l’attenzione di nuovi investitori, opportunità di sviluppo economico, lavoro, ricchezza. In cuor mio temevo che non avrebbero avuto niente di tutto questo, ma almeno per un giorno era giusto che lo potessero credere.
Sono entrato nel Bar mentre impazzava già la festa. Lei rideva divertita, abbracciata ad altre persone, con una sciarpa rossoblù al collo, mentre il 90° minuto riproponeva in televisione le immagini dell’ultima partita.
C’è voluto un po’ perché si accorgesse di me, e di nuovo ho visto la sua espressione trasformarsi. Mi è parso di veder passare nei suoi occhi un lampo di terrore autentico, come avesse davvero di fronte un terrorista pronto all’azione. Ma in fondo cos’ero se non questo? Io che nascondevo in casa abbastanza esplosivo da trasformare in una voragine tutto quello che avevamo intorno?
Si è scostata dagli altri, ha girato attorno al bancone e mi è venuta dritta incontro.
“Se non te ne vai chiamo la Polizia. Sono stata mille volte sul punto di farlo, questa volta non ci penso due volte. Assassino”.
“Non sono un assassino” le ho risposto. “Non ho mai ammazzato nessuno”.
“Questo è quello che racconti alla tua coscienza” mi ha risposto. “E se anche non hai mai lanciato una bomba o sparato a qualcuno, per me resti lo stesso un assassino e non voglio più avere niente a che fare con te”.
“Sono qui per questo. Torno a Roma. Volevo salutarti”.
Per un attimo a quella notizia si è adombrata. Forse non credeva davvero in quello che diceva. Forse era solo arrabbiata, o spaventata, ma non era vero che non avrebbe più voluto vedermi.
“In qualsiasi momento volessi, puoi trovarmi a questo numero. Vorrei spiegarti le mie ragioni e parlarti di quello che sono, senza più bugie. Sono pronto…”
La sua risposta mi ha interrotto ma si è persa nel frastuono, perché in quel momento il bar è esploso nell’applauso più caldo, con fischi e grida di gioia incontenibili. Avevano inquadrato Gigi Riva.
“Non ti chiamerò mai. Vorrei non averti mai conosciuto”
Sono andato via sentendo dentro un dolore mai provato prima.

Mentre vedevo la Sardegna allontanarsi, e le luci di Cagliari farsi un chiarore oltre l’orizzonte, ho pensato che, come in quella canzone, sarei stato per sempre tra quelli che si sono infranti. La mia stupida barca è finita contro gli scogli, e mi sono infranto. Disperato e sconfitto, ho visto ogni singolo elemento della mia vita perdere di consistenza. Ho ripensato all’atmosfera di festa che da giorni pervadeva le vie della città, e mi sono sentito ancora più solo. Ho guardato le due borse ai miei piedi, piene di morte, e ho pensato che avrei potuto ancora cambiare le cose, e farlo in modo eclatante. Che niente era ancora successo e poteva anche non succedere. E allora, lei avrebbe capito che non le avevo mentito, non su tutto.

Long afloat on shipless oceans
I did all my best to smile
‘Til your singing eyes and fingers
Drew me loving to your isle
And you sang
Sail to me Sail to me
Let me enfold you
Here I am
Here I am
Waiting to hold you
Did I dream you dreamed about me?
Were you hare when I was fox?
Now my foolish boat is leaning
Broken lovelorn on your rocks,
For you sing,
“Touch me not, touch me not, come back tomorrow:
O my heart, O my heart shies from the sorrow”
I am as puzzled as the oyster
I am as troubled as the tide:
Should I stand amid the breakers?
Or should I lie with
Death my bride?
Hear me sing:
“Swim to me, Swim to me,
Let me enfold you”
“Hold my heart, hold my heart,
Is waiting to hold you” …

Tim Buckley

©Eleonora Carta, 2020